sabato 17 novembre 2007

RadioHead




Gli alfieri del pop futuristadi Dario Ingiusto, Claudio FabrettiI Radiohead sono stati tra i grandi protagonisti del rinnovamento del rock britannico a cavallo tra i Novanta e il Duemila. Partendo dalle tradizioni pop d'oltre Manica, hanno saputo coniare un linguaggio musicale peculiare, che combina cupe visioni futuriste con uno spleen malinconicamente decadente
RADIOHEAD
Pablo Honey (Capitol, 1993)
5
The Bends (Capitol, 1995)
6
Ok Computer (1997)
8.5
Kid A (Capitol, 2000)
7,5
Amnesiac (Capitol, 2001)
8
Hail To The Thief (Capitol, 2003)
6
In Rainbows (Autopromozione, 2007)
7,5
THOM YORKE
The Eraser (XL, 2006)
6
disco consigliato da Onda Rock
pietra miliare di Onda Rock
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I Radiohead da Oxford sono stati tra i grandi protagonisti del rinnovamento del rock britannico a cavallo tra i Novanta e il Duemila. Pochi, come loro, sono stati in grado di rappresentare in musica il disagio esistenziale di fine millennio, l'alienazione della "X Generation", l'umore dei "kids" del nuovo secolo. Le loro canzoni, affollate di "loser" e di "creep", di androidi e di rottami spaziali, sono la sintesi ideale di un percorso che parte dalla desolazione post-punk di Smiths e Joy Division per approdare nelle fredde lande dell'elettronica europea. La loro storia inizia nel 1988, quando il cantante Thom Yorke e il bassista Colin Greenwood, già nel gruppo punk dei Tnt, decidono di formare una nuovo gruppo. Si uniscono subito a loro Ed O' Brien, chitarrista, e Phil Selway, batterista, seguiti dal fratello di Greenwood, Johnny, violinista e membro della Thames Vale Youth Orchestra. I cinque scelgono il nome di On A Friday, in onore al giorno in cui si riuniscono per provare, nei pochi momenti liberi. Tutti, tranne Johnny, sono, infatti, impegnati con gli studi universitari. Thom Yorke studia inglese e arte all'università di Exeter; Colin Greenwood frequenta la facoltà di letteratura inglese a Cambridge; Ed O' Brien economia all'università di Manchester e Phil Selway inglese e storia al Politecnico di Liverpool. Il 22 luglio 1991, gli On A Friday si esibiscono per la prima volta in pubblico, all'Hollybush di Oxford. Pochi mesi dopo, incidono il primo demo, "Manic Hedgehog", con quattro tracce: "I Can't", "Nothing Touches Me", "Thinking About You" e "Phillipa Chicken". La Emi ne intravede il talento e li mette sotto contratto il 21 dicembre 1991. Nel marzo 1992, la band decide di cambiare nome in "Radio Head", da un brano dei Talking Heads incluso nell'album "True Stories". Il primo Ep della band inglese, "The Drill", è tuttavia un mezzo fiasco. Sembra un inizio tutto in salita per i cinque studenti oxoniani, incapaci anche di sfoggiare dal vivo un'immagine accativante. E invece... Il 21 settembre 1992 viene pubblicato il singolo "Creep", la canzone che, a detta di Colin Greenwood "ci avrebbe dato fortuna, ci avrebbe distrutto la vita e ci avrebbe illuminato il cammino". E' una sorta di inno per una generazione di perdenti ed emarginati, avvolto in un'atmosfera decadente, falcidiata da riff abrasivi di chitarra e dal falsetto disperato del cantante. Un hit mondiale che cambia la vita ai Radiohead. Thom Yorke e compagni, infatti, non sono la della classica "one-hit-band" come qualcuno già profetizzava. E di sorprese, ai loro detrattori, ne riserveranno molte, spiazzandoli costantemente. Di tutto ciò, non vi è molta traccia nell'album di debutto, Pablo Honey (1993). Realizzato in tre settimane, il disco raggiunge la venticinquesima posizione nelle classifiche inglesi, ma - eccezion fatta per la summenzionata "Creep" e per la lunga cavalcata elettrica di "Anyway Can Play Guitar" - non sa offrire molto di diverso dal brit-pop di retroguardia che imperversa all'epoca ("How Do You", "Stop Whispering", "Ripcord"). Nel '94 esce l'Ep, "My Iron Lung", che anticipa l'uscita di The Bends (1995). L'album segna un piccolo passo avanti, e subito i Radiohead vengono etichettati come i "nuovi U2". Svettano un paio di singoli di razza, come "High And Dry" e "Fake Plastic Trees", ma sono soprattutto l'appeal psichedelico di "Planet Telex" e le atmosfere struggenti della svenevole ballata "Street Spirit (Fade Out)" a far salire di tono il disco. Yorke e soci, comunque, appaiono ancora incerti tra un hard rock venato di umori psichedelici e un pop introverso stile Smiths, e soprattutto non sembrano ancora in grado di reggere il formato dell'album. La svolta è del 1997: esce Ok Computer , destinato ad essere annoverato tra i capolavori degli anni Novanta. E' un album rock visionario e psichedelico, dedicato alla fantascienza. Un lavoro in cui svettano brani melodici di grande impatto emotivo ("Karma police", "Exit music", "Lucky"), ma anche un singolo dichiaratamente anti-commerciale come "Paranoid Android": una suite di 7 minuti, con un videoclip alienato e completamente sganciato dalla musica. Pervaso da una malinconia di fondo e da una musica altamente suggestiva, fusione ideale di quelle correnti noise, elettronica e pop-rock che avevano attraversato il decennio, il lavoro dei cinque ragazzi di Oxford risulta molto diretto, toccante, riesce a colpire al cuore l'ascoltatore. Che la musica sia cambiata davvero lo si capisce fin dall'iniziale "Airbag", curioso ringraziamento alle nuove tecnologie ("An airbag saved my life"): una partenza bruciante con un riff di chitarra tagliente che si dissolve nello straordinario falsetto di Yorke, perfetto interprete vocale delle ansie dell'uomo del Duemila. Poi, "Paranoid Android", magnifica suite da oltre sei minuti che la band scelse, in piena coerenza anticommerciale, come singolo d'apertura. Attraverso il perfetto uso di effetti "speciali" che accompagnano le disperate richieste di Yorke ("Per favore, potreste smettere di fare rumore? Sto cercando di dimenticare"), la chitarra di Johnny Greenwood traccia un assolo stupendo, che segna l'accelerazione progressiva ma graduale del pezzo. Infine, come nei migliori Pink Floyd, vengono ripescate e accennate tutte le melodie che fino a quel momento erano state tracciate, per l'esplosione finale. Ancora giocata sul concetto di alienazione, dopo qualche secondo di tregua, attacca subito "Subterranean Homesick Alien", che richiama nel nome un vecchio successo di Bob Dylan ("Subterranean Homesick Blues"). Dolce e malinconica melodia arpeggiata, con le chitarre in sottofondo che preludono in modo inequivocabile a quello che accadrà dopo. La traccia successiva, infatti, è uno dei momenti massimi del lavoro. Partendo da un semplice, lento, ossessivo accordo di chitarra acustica, "Exit Music (For A Film)" racchiude in sé la melodia tristissima di Yorke, che declama una vera e propria poesia, culminante nella voce tremolante dell'ultimo verso ("we hope that you choke"). Una delle canzoni più belle e più tristi degli anni Novanta, che rivela la passione di Yorke e compagni per le sonorità desolate dei Joy Division. Attraverso l'eterea "Let down", si giunge così a "Karma Police", forse la canzone più conosciuta dei Radiohead, secondo singolo dell'album. E' una classica melodia orecchiabile sulla quale viene descritta, ancora una volta, la depressione cronica degli alieni Radiohead ("For a minute there I lost myself"). Il pezzo contribuirà a far conoscere Yorke e soci al grande pubblico, facendo da traino a un album che possiede una continuità tra i pezzi davvero eccezionale. "Karma Police" è lo spartiacque tra le due parti dell'album. Infatti, dopo i suggerimenti robotici di "Filter happier", critica all'utopia dell'uomo perfetto, creato ad arte dai media, si apre la sezione più sperimentale dell'album. "Electioneering", l'episodio più duro del disco nonché l'unico pezzo "politico": Yorke si scaglia contro le false promesse dei candidati in campagna elettorale, puntualmente non rispettate una volta al potere. Segue "Climbing up the walls", forse la canzone più debole di "OK Computer", un rock lento e dilaniato accompagnato dalla voce carica di effetti di Thom Yorke. Un pezzo di transizione, preludio alla dolcissima melodia xilofonica di "No Surprises", ninna-nanna "spleen" che contiene altri messaggi politici ("Facciamo crollare il governo, non sono i nostri portavoce") e invettive ecologiche. Nel finale del disco, i Radiohead non mancano di rammentarci le difficoltà che affliggono la nostra tormentata esistenza in "Lucky" e "The Tourist". La prima, ideale continuazione di "Exit Music (For A Film)", ricama splendide armonie sulle quali la voce di Yorke, dolce e triste al tempo stesso, si conferma straordinariamente espressiva. "The tourist", invece, scritta da Johnny Greenwood, è l'ultima tappa di un fantastico viaggio nei meandri della malinconia, summa ideale dell'intero lavoro. In bilico tra la sperimentazione di Pink Floyd e (primi) Genesis e il pop melodico di Bowie e Smiths, i Radiohead coniano un una formula suggestiva, che li lancia nell'empireo del rock. Le recensioni americane di Ok Computer sono esaltanti. "Questo album è la prova che i Radiohead è una band che è pronta a guardare il diavolo negli occhi", scrive ad esempio Rolling Stone. Solo pochi detrattori continueranno ad osteggiarli, accusandoli di produrre una musica prettamente artificiale e formale. Il successivo Kid A esce a tre anni di distanza dal predecessore, dopo una lavorazione infinita e un'attesa spasmodica, manifestatasi soprattutto via internet, e con una serie di scelte antipromozionali che hanno confermato i Radiohead come una felice eccezione nel panorama delle rockstar. "OkComputer- racconta la band - è stato registrato per lo più dal vivo, dopo diverse prove e tour.Kid A è stato il nostro primo tentativo di lavorare sui suoni delle canzoni in studio.Volevamo capire maggiormente alcuni dei mezzi moderni per creare musica, come ad esempio i moduli di suono e i sampler, frammenti di musica estratti da canzoni preesistenti per comporre canzoni ex-novo. Eravamo anche interessati a ricreare suoni freschi usando vecchi sintetizzatori analogici e batterie elettroniche. Alla fine suonare dal vivo ci piace ancora molto". Kid A è un disco fatto di tracce musicali, più che di canzoni, di sonorità fratturate e scomposte. Se i primi inni dei Radiohead (da "Creep" in giù) riuscivano a risultare "esplosivi" nella loro visceralità, capaci com'erano - anche "figurativamente", attraverso la maschera depressa di Yorke - di dar voce alla rabbia dei "loser" e degli "sfigati" di sempre, in Kid A, invece, i brani sembrano quasi "implodere" in sé stessi, fino a dissolversi. I riferimenti principali sono il pop degli anni 80, ma soprattutto il rock elettronico di gruppi come Kraftwerk e Tangerine Dream, i viaggi interstellari dei Pink Floyd, gli acquerelli ambientali di Brian Eno e l'espressionismo mitteleuropeo del Bowie berlinese. Molti lo ritengono il miglior lavoro dei Radiohead, altri semplicemente il più pretenzioso. Certo è che l'esile litania di "Everything In Its Right Place" (intreccio di sonorità liquide a-melodico, scandito da un battito incessante) il carillon sinuoso di "Kid A" (che sembra quasi un remix di "Radioland" dei Kraftwerk con tanto di tastiere "spaziali"), il caos tecnologico di "The National Anthem" (con uno spiazzante tripudio di fiati), e l'ambientazione eterea, quasi new age, di "How To Disappear Completely", solcata da archi e da una chitarra acustica che si dissolve sulle note di una tastiera in lontananza, sono quanto di più distante si possa immaginare dalla carica viscerale di "Creep". E nella seconda parte del disco, la sperimentazione si fa ancor più straniante, come testimoniano le dissonanze poderose di "Optimistic", i panorami spaziali di "In Limbo", le pulsazioni dance post-moderne di "Idioteque", la ritmica automatica di "Morning Bell" e il climax mistico di "Motion Picture Soundtrack" (con echi di Neil Young, un organo a pompa e celestiali giochi d'arpa). Tanto coraggioso quanto discontinuo, tanto intrigante quanto acerbo, il progetto Kid A sarà perfezionato nel successivo Amnesiac che, pur contenendo brani incisi nelle stesse sessioni di registrazione, rappresenterà un notevole balzo in avanti nella stessa direzione, ovvero quella di una sperimentazione "digitale" sul Radiohead-sound. A differenza del suo predecessore, Amnesiac (2001) appare nel complesso più accessibile e segna un ritorno delle chitarre, quasi assenti nel recente passato. In ogni caso Thom Yorke e soci proseguono nel loro lavoro di destrutturazione della forma-canzone pop, facendo largo uso di elettronica, di effettistica e di brani strumentali con la voce filtrata, riprendendo alcune intuizioni dei fondamentali Autechre. "Credo che le parti di questo disco si possano ascoltare individualmente, mentre è impossibile farlo per Kid A", ha dichiarato il bassista Colin Greenwood, spiegando il senso di Amnesiac. In tale caratteristica, in effetti, risiede sia il pregio sia il maggior difetto dell'intero lavoro. La sensazione che si percepisce durante l'ascolto è una marcata incoerenza dei pezzi l'uno rispetto all'altro. Iniziando con il beat ossessivo e morbido di "Packt like sardines in a crushed tin box", si viene pilotati nell'andamento scomposto e funebre della splendida "Piramyd song", ma senza alcun senso logico. D'altronde, non era possibile fare altrimenti, trattandosi di un assemblaggio dei brani rimasti fuori dalla tracklist del "Bambino A". Nonostante questo inconveniente, i pezzi che compongono l'album sono tutt'altro che scarti o semplici b-sides. Del mood che ha caratterizzato il suo album gemello ritroviamo una sempre maggiore propensione all'elettronica e a processi di editing (i loop "rotanti" e la voce al contrario di "Like spinning plates", con base elettronica, suoni in reverse, ritmo irregolare e voce filtrata, e il magma vocale di "Pull/pulk revolving doors", basato solo su percussioni elettroniche e voce filtrata). Parallelamente vengono accoppiate composizioni più prettamente "pop" come la stupenda "Knives out" (molto più convincente della maggior parte dei brani chitarristici di Kid A) o il ritmo club-acido di "I might be wrong" o l'urgenza politica e lirica (perché, in fondo, questa è l'ultima vera band politica in circolazione) di "Dollars and cents". Notevoli anche le aperture verso il jazz della predetta "Piramyd song" (soprattutto per quanto riguarda la sezione ritmica), di "You and whose army?" e della conclusiva "Life in a glass house", una meravigliosa jazz song per piano e fiati in puro stile anni 30, dall'effetto suggestivo e spiazzante. Inutile ma bella "Morning bell" (nuova versione del brano già presente su "Kid A", con un arrangiamento di chitarre ed effetti spaziali), mentre lo strumentale "Hunting bears" non aggiunge granché di significativo. Coraggiosamente sperimentale, ma capace di tener viva l'immediatezza dei primi lavori della band, Amnesiac viene osannato dalle riviste specializzate di tutto il mondo e vale in molti casi ai Radiohead il titolo di "miglior band dell'anno". Forti dell'autorevolezza conquistata presso la critica internazionale con gli ultimi tre lavori, Yorke e compagni si ripresentano sulla scena nel 2003 con Hail To The Thief, abbondantemente "pregustato" su Internet dai loro sostenitori fin da tre mesi prima dell'uscita. Il titolo fa riferimento al presunto "furto" di voti compiuto da George W. Bush nelle ultime elezioni presidenziali americane. Ma di politico, nelle tracce dell'album, non vi è granché. Musicalmente, invece, Yorke e soci sembrano voler soprattutto riprendere in mano la lezione melodico-elettronica di Ok Computer. Il glitch iniziale di "2+2="5"", infatti, non deve ingannare, e se l'elettronica non viene messa in soffitta, nella maggior parte dei brani primeggiano gli strumenti del rock tradizionale, oltre alla voce, qui davvero in grande forma, di Thom Yorke. E, a ben guardare, i brani più deboli del disco sono proprio quelli che sembrano voler mantenere un legame estetico con il passato più recente, pezzi come "The Gloaming" e "Backdrifts", ad esempio, che non reggono il confronto con l'ibrida elettronica che ha caratterizzato alcune tra le migliori opere degli ultimi due dischi. Seduce invece la triade di apertura "2+2="5"", "Sit Down, Stand Up", e la liquida e rarefatta "Sail To The Moon": scatti nevrastenici, sfoghi frustrati e negati, amarezza tagliente nei testi, e un'infinita malinconia annegata nell'equilibrata grazia degli arpeggi delle chitarre e della voce di Yorke, sempre più leader della band. Una capacità di alternare tensioni differenti che si rivelerà preziosa: spiccano infatti i climax emotivi del singolo "There There", di "A Wolf At The Door", che con il suo malinconico carillon sembra uscita da Ok Computer, o i dolorosi gospel di "We Suck Young Blood" e "I Will", e ancora quando si permettono anche il gioco di realizzare una copia degli U2 anni 90 migliore dell'originale, con il rock dal sapore futurista di "Where I End And You Begin". Nel 2006 Thom Yorke esordisce come solista con The Eraser.Un anno dopo, il colpo di scena. I Radiohead promuovono il nuovo disco attraverso la rete. Passando la palla agli internauti sulla questione più spinosa della musica moderna: quanto deve costare la musica oggi? Risposta: it’s up to you. Dipende da te. Vuoi per fama, vuoi per troppe aspettative, In Rainbows sembrava destinato a essere ricordato più per la sua particolare distribuzione “scegli il prezzo” che per il suo contenuto musicale. Fortunatamente, non è così.I Radiohead si dedicano ora a scrivere canzoni, nel vero senso della parola, con un dettaglio in più: tanti arrangiamenti e produzione molto curata. Canzoni che possono essere sia squisitamente pop (“Faust Arp”), sia intrise di quelle chitarre rock di cui erano pieni i primi dischi del gruppo (la già citata “Bodysnatchers”, per chi scrive il brano peggiore), ma sempre con il tocco di zenzero in più di quella maturità che conferisce a Yorke e compagni il sapere quando mettere il dettaglio sonoro giusto al posto giusto. L’aggettivo che meglio definisce il disco è “morbido”. Quasi tutti i brani hanno al loro interno un netto “stacco” musicale: decisamente clamoroso quello dell’iniziale “15 Step”, riflessivo quello che accompagna “Reckoner”. Riacquista un importante ruolo il batterista Phil Selway (la finale “Videotape” è la sua rivincita), allontanando l’elettronica dietro il sipario, relegandola a dettaglio secondario rispetto alla sostanza del suono, che diventa sempre più emozionale e delicato.Almeno tre le canzoni bellissime: “Nude”, “All I Need” e “House Of Cards”. Yorke, che la sa lunga, le distribuisce sapientemente nella scaletta, e soprattutto le canta divinamente. Vale la pena di spendere due parole sulla terza, una romantica bossanova registrata in lo-fi con una chitarra reggae. È la nota stonata eppure geniale, la “Life In A Glasshouse” di quest’album. Insieme al ritorno in primo piano della batteria, è proprio la voce di Thom Yorke la carta in più di questa spicciola raccolta di mp3. Il frontman finalmente abbandona ogni pretesa di protagonismo, sfruttando la sua voce particolare al meglio, cioè senza strafare, non cercando a tutti i costi l’ottava più alta.In Rainbows è forse il disco meno immediato del quintetto inglese, persino più dell’ossessivo ed elettronico Kid A. Ed è, se volete, il disco della definitiva maturità di questa band, l’album che poco aggiungerà ai cuori di chi ha amato Ok Computer oppure i toccanti momenti di Amnesiac, ma fa intravedere che i Radiohead ci sono ancora, che la loro musica offre ancora numerosi spunti intimisti, “Nude” su tutti.Complicata, sconsolata e ricca di suoni, la musica dei Radiohead riesce ancora ad essere, a volte, di una bellezza abbagliante.

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Mel

Vita Eterna

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