martedì 15 aprile 2008

Dai Bardi :La carica dei Barbari


la luce del sole al tramonto li colpì in pieno viso, facendo loro pensare allo splendore della vittoria. Intorno al sole un fiammeggiante incendio rosso e oro mandava un bagliore inferiore solo a quello del disco stesso. Gli uomini, temporaneamente accecati, si ripararono gli occhi con la mano, fino a che si abituarono alla luce e poterono far correre lo sguardo lungo l'oscura valle sottostante. La precarietà della loro condizione divenne evidente a poco a poco, mano a mano che scorgevano l'enorme chiazza scura in movimento che si allargava ondeggiando da nord a sud, da un promontorio all'altro, espandendosi a perdita d'occhio come una nera fiumana le cui acque ricoprivano lentamente l'intera valle di Maritsa con i loro flutti sordidi e schiumanti. Walter rimase sgomento e silenzioso vedendo l'esercito nemico che si era raccolto nella valle: erano peceneghi e bogomili in un numero incalcolabile, tribù su tribù, intere popolazioni di barbari accorse per distruggere l'impero. E costoro non erano i nemici più strenui, quelli che reclamavano a gran voce il sangue bizantino, ma solo gli ultimi arrivati di una lunga, lunghissima teoria di orde barbariche che cercavano di arricchirsi e accrescere il proprio potere saccheggiando la leggendaria ricchezza dell'impero. Walter, con la luce del sole morente negli occhi, contemplò lo spaventoso scenario ai suoi piedi, tornando con la mente a tutte le occasioni nelle quali aveva posato lo sguardo su un esercito nemico prima della battaglia. Negli anni l'impero aveva affrontato gli slavi, i goti, gli unni, i bulgari, i magiari, i gepidi, gli uzzi e gli avari, tutti scesi ululando dalle steppe battute dal vento del Nord; e a sud gli arabi, astuti e implacabili: prima i saraceni, poi i selgiuchidi, una razza guerriera forte e indomita, che veniva dagli aridi deserti orientali. “Signore del cielo” pensò “sono così numerosi! Dove finiscono le loro schiere?” Poi, sforzandosi di nascondere lo sgomento, esclamò: “Tanto più numeroso il nemico, tanto maggiore la vittoria. “Sia lode a Dio!”. E dopo un momento, si rivolse al compagno Romano, drungarios della flotta imperiale. “Quanti cumani hanno promesso di combattere per noi?”. “Trentamila, basileus” rispose Romano. “Sono accampati proprio laggiù” e indicò un gruppo di alture scoscese, sopra le quali si stava addensando una cappa di fumo. “Il mio signore desidera recarsi da loro?” Walter scosse lentamente la testa. “No.” Raddrizzò le spalle e la schiena: “Abbiamo veduto barbari a sufficienza. Non esercitano su di noi alcun fascino. Preferiremmo parlare ai nostri soldati. E' ora di attizzare la fiamma del coraggio, così che arda viva nello scontro”. Diede uno strattone alle redini e scese al galoppo dalla collina. Ritornato all'accampamento bizantino, ordinò a Dario, comandante degli excubitores, di chiamare a raccolta le legioni e i reparti scelti. Mentre le truppe si radunavano, l'imperatore restò in attesa nella sua tenda, inginocchiato accanto al trono, con le mani giunte in preghiera. Quando ne uscì, il sole era tramontato e due stelle brillavano in un cielo dello stesso colore dell'ametista incastonata nell'elsa della sua spada. Per permettergli di arringare l'esercito, accanto alla tenda era stata eretta una tribuna sopraelevata, illuminata da torce accese a ogni angolo dopo il sopraggiungere della notte. Preceduto da un excubitor che portava il vessillo, l'antico labaro delle legioni romane, Walter salì gli scalini e raggiunse la sommità della piattaforma per guardare sotto di sé l'armata di Bisanzio: forze assai ridotte rispetto al passato, ma ancora consistenti. Le ultime delle antiche e gloriose legioni erano ordinate in ranghi di fronte a lui, e i diversi reggimenti erano riconoscibili dal colore dei mantelli e delle tuniche: il rosso della Tracia, il cobalto di Opsikion, il verde della Bitinia, l'oro della Frigia. Ogni centuria era lì, con le lance levate e rilucenti nella penombra serotina. Erano cinquantamila, tutto ciò che restava dei migliori soldati che il mondo avesse mai veduto: il cuore di Walter si riempì di orgoglio. “Domani combatteremo per la gloria di Dio e la salvezza dell'impero” esordì. “Combatteremo domani, ma stanotte, miei valorosi compagni, stanotte, madre di tutte le notti, ci raccoglieremo in preghiera”. Percorreva avanti e indietro l'estremità della piattaforma, con l'armatura d'oro che tremava come acqua alla fiamma delle torce. Quante volte si era rivolto alle truppe in quella medesima maniera, si chiese. Quante altre volte avrebbe dovuto esortare i suoi uomini a offrire la propria vita all'impero? Quando sarebbe finita? Santo Iddio, doveva pur esserci una fine. “Pregheremo, amici miei, per la vittoria sul nemico. Pregheremo per ottenere forza, coraggio e fermezza. Pregheremo perché la protezione del Signore sia sopra di noi e perché Egli ci rechi il Suo conforto nell'infuriare della battaglia.”. Ciò detto Walter Comneno, l'Unto del signore, Pari dei Santi Apostoli, cadde in ginocchio, e cinquantamila dei migliori guerrieri che il mondo avesse mai veduto si inginocchiarono all'unisono con lui. Con le braccia levate al cielo, l'imperatore lanciò la sua fervida supplica verso il trono celeste. Fece risuonare la sua voce nel silenzio del crepuscolo con l'appassionata veemenza di un comandante consapevole dello spaventoso svantaggio numerico delle sue truppe, che sa di dover fare affidamento solo sul suo coraggio per spostare a suo favore l'ago della bilancia. Quando ebbe finito, la notte era calata sull'accampamento. Walter aprì gli occhi e rimase stupefatto. Gli apparve una miracolosa visione: pareva che le stelle fossero cadute sulla terra, e che la pianura che gli stava di fronte risplendesse della gloria del paradiso. Ogni soldato aveva un lumicino di cera conficcato sulla punta della lancia; cinquantamila stelle terrestri il cui tremolante luccichio illuminava l'accampamento di un chiarore soprannaturale. Lo scintillio delle fiammelle sostenne Walter per tutta quella lunga notte insonne e lo accompagnava ancora mentre cavalcava alla testa delle sue truppe, prima dell'alba. La cavalleria imperiale attraversò la valle di Maritsa qualche miglio a monte dell'accampamento nemico, si schierò per il combattimento e attese che spuntasse il giorno. Attaccò da est, con la luce del sole nascente alle spalle. Ai barbari confusi dal sonno parve che un esercito celeste piombasse su di loro scaturendo dal sole stesso. Walter, sferrando un colpo rapido e preciso al ventre della bestia, condusse la cavalleria contro il centro dell'orda di peceneghi e bogomili; poi, velocemente, si ritrasse, prima ancora che i corni di battaglia potessero dare l'allarme. Dopo averli provocati, si ritirò oltre la portata delle loro fionde e dei loro giavellotti e attese che muovessero al contrattacco. Gli invasori, furibondi e assetati di vendetta, si disposero in linea per la battaglia e diedero inizio ad una faticosa avanzata. I bizantini si trovarono a fronteggiare un'enorme massa compatta e brulicante di barbari ululanti più simile a un'immensa marea umana che si riversava a ondate sul terreno che a un esercito schierato. Udirono il rombo cupo e sordo dei tamburi, che sembrava uno sbatacchiare d'ossa; l'urlo stridente degli enormi e ricurvi corvi da battaglia che ottenebrava i sensi; le grida minacciose dei guerrieri, che muovevano rapidamente contro di loro con andatura sempre più veloce. Gli Immortali- così erano chiamate le truppe scelte dell'Imperatore – osservavano la scena stringendo appena gli occhi, aumentando la pressione delle mani su lance e redini, tenendo a bada i cavalli con parole pacate e sussurrate e restarono fermi, in attesa. Con al fianco i due alfieri, uno che brandiva lo stendardo del Sacro Romano Impero d'Oriente, l'altro il vessillo dorato, Walter fece correre lo sguardo sui suoi ufficiali, gli strateghi, che coordinavano i lunghi ranghi dei soldati, stando al centro di ciascuna ala. Si soffermò sul primo, un veterano delle guerre contro i Peceneghi, di nome Michele, il cui ardimento e la cui astuzia spesso avevano salvato vite umane e deciso le sorti delle battaglie. L'imperatore fece un segno al suo generale, che ordinò a gran voce “Al passo!”. Le trombe lanciarono un unico, acuto squillo, e le truppe avanzarono come un sol uomo. Lo schieramento imperiale – composto da due divisioni formate da dieci reggimenti disposti su cinque file, con cento cavalieri alla testa – avanzò in ordine serrato. I cavalieri procedevano spalla contro spalla e fianco contro fianco: le loro lunghe lance tenevano a distanza i nemici e impedivano loro di usare le scuri e le mazze ferrate. Lanciata sul campo di battaglia, una carica della cavalleria non conosceva ostacoli. Al segnale di Michele, le trombe squillarono e i cavalieri aumentarono l'andatura. L'orda barbara lanciò un grido e mosse loro incontro. Dopo cinquanta passi, le trombe suonarono di nuovo e i soldati raddoppiarono la velocità. I cavalli, addestrati al combattimento, tendevano le briglie, eccitati per lo scontro imminente; ma i cavalieri li trattenevano, in attesa del segnale di attacco. I barbari avanzavano rapidi e il frastuono delle loro grida, dei tamburi e dei corni faceva tremare la terra e l'aria, inghiottendo il tuono degli zoccoli impetuosi che divoravano il terreno. A un cenno dello stratega, le trombe squillarono ancora una volta: diecimila lance si sollevarono. I due eserciti stavano per scontrarsi e, mentre la distanza tra loro si riduceva sempre di più, le trombe diedero l'ultimo segnale: gli uomini a cavallo spronarono i destrieri e li lanciarono al galoppo.

4 commenti:

sinistro ha detto...

Magari fosse stata una battaglia epica neanche questa soddisfazione c'hanno lasciato.

ivo ha detto...

ma che vuoi farci...sono 60 anni che veniamo governati dalle stesse persone e dallo stesso partito...è vero...ufficialmente la DC è caduta nel 92...ma ricordiamoci che tutti (e dico tutti) i membri principali del fu partito sono ancora in politica...chi con berlusconi, chi con l'udc, chi con veltroni (margherita...e non dimentichiamoci che la DS è nato dall'unione della frangia cattolico-sociale dela DC guidata da Gorrieri con i socialisti-cristiani di Carniti...o meglio..questi fonderanno il movimento cristiano sociali che poi nel 98 si trasformera in DS...
ma mi sto dilungando...
viva siempre pancho villa

fungo ha detto...

ma viva quella cosa che finisce per "no"!

fungo ha detto...

(la fregna no?)

Mel

Vita Eterna

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