sabato 31 maggio 2008

Sam, il cane più brutto del mondo


Credevo fosse una montatura... invece esisteva veramente!! Sam il cane più brutto del mondo era un Cane Nudo Cinese, o Chinese Crested Dog è una razza di cane che, insieme con lo Xoloitzcuintle e il Peruvian Inca Orchid (o Perro sin pelo del Perù), fa parte delle sole tre razze di cani nudi riconosciute dalla F.C.I. (Fédération Cynologique Internationale). Ne esistono anche altre (come l'American Hairless Terrier, l'Abyssinian Sand Dog, il Perro Pila Argentino, il Levrieretto d'Africa, il Cane di Nubia, il Cane d'Egitto, il Cane Turco, il Cane delle Antille...) che però non sono riconosciute.
Tutte queste razze esistono in due varietà: quella nuda e quella pelosa. Fra le tre razze riconosciute dalla FCI, solo il Chinese Crested vede riconosciuta anche la varietà pelosa (powderpuff) mentre, per il Peruvian Inca e lo Xoloitzcuintle, viene accettato solo la varietà nuda (hairless). Fa eccezione l'American Hairless Terrier, per il quale la varietà pelosa (Rat Terrier) è distinta da quella nuda, cioè i pelosi non vengono inseriti nei programmi di allevamento dei nudi, e le cucciolate sono composte solo da nudi.
Sam è stato ospite in numerose trasmissioni televisive USA ed è diventato molto famoso per il suo aspetto demoniaco che in realtà non corrispondente alla sua vera indole.
Purtroppo, precisamente venerdi 18 novembre, il povero Sam è deceduto alla veneranda età di 15 anni.
Un Saluto per Sam

venerdì 30 maggio 2008

Dal mio passato preferito



La Grecia è la culla della nostra civiltà, i Romani sono i nostri diretti progenitori... di questi popoli tutti conosciamo la storia, il progresso che hanno apportato, le spiegazioni che davano ai fenomeni naturali, ciò in cui credevano; greche e romane sono le nostre più antiche radici, e sono secoli che, volenti o nolenti, siamo portati, grazie alle nostre basi culturali, a "pensare" un po' come pensavano loro. E ci sembra quindi normalissima la storia fatta da re condottieri e guerrieri; ci sembra assolutamente plausibile un'idea tutta maschile della divinità (il Dio cattolico è uomo, proprio come Zeus e Giove, i signori del Pantheon); ci pare naturale che il sapere sia rappresentato da scienze esatte, abilità tecniche, lucidi ragionamenti logici.
Ma quanti di noi sanno che non è sempre stato così? Chi di noi è consapevole che molto prima che arrivassero Greci e Romani c'erano popoli con un modo di vivere e di pensare tutto diverso? Proviamo a tornare indietro, sempre più indietro, in epoche sempre più remote, e addentriamoci in un mondo così diverso dal nostro da sembrarci una fiaba. Andiamo a vedere un popolo che abitava vicino, molto vicino, e che ci ha lasciato un inestimabile patrimonio archeologico e storico; un popolo dalla cui lingua hanno avuto origine tanti bellissimi nomi italiani (che a noi suonano "romani", ma che a loro volta i Romani avevano ricevuto da genti più antiche).
Andiamo un po' a parlare di Etruschi; quando ci si spinge così indietro nel tempo, storia e leggenda diventano davvero indistricabili; non chiediamoci quindi più di tanto cosa è reale e cosa è trasfigurato dalla fantasia: gustiamoci il racconto, lasciamoci prendere dalla magia, sentiamo tutto il fascino di questa gente così antica!
Siamo in Etruria, una regione dell'Italia centrale a cavallo tra Toscana e Lazio; siamo circa nel VII secolo prima di Cristo; e c'è questo popolo esperto in navigazione, metallurgia, pittura, commercio... ma anche in astrologia, magia, divinazione; un popolo guidato non da guerrieri ma da sacerdoti; che venera una Grande Dea creatrice.
È soprattutto il principio del femminile che caratterizza i culti etruschi, e la mitologia di questo popolo è piena di figure femminili. All'inizio di tutto è sempre la Terra, la Madre Terra, che prende via via nomi e aspetti diversi, ma che è sempre il principio creatore dell'esistente. La dea creatrice per eccellenza (la romana Giunone) per gli Etruschi si chiama Uni; la dea vergine, patrona delle arti e del sapere (la romana Minerva) per gli Etruschi è Menerva; e la dea dell'amore, equivalente a Venere, è Turan: la radice tur-, la stessa della torre e del tiranno, indica dominazione: Turan è "la Signora", colei che comanda il cuore degli esseri umani.
C'è poi una grande famiglia di spiriti femminili alati, simili ad aerei angioletti: sono le Lase, creature semidivine, che sono immateriali ma partecipano attivamente alle vicende terrene (Vecu, Muntucha, Alpena, Losna, Vanth, Mean, Zipna sono alcuni dei loro nomi). Dalle Lase discenderanno poi i romani Lari, le anime degli antenati divenuti divinità; e i primi Etruschi davano ai loro antenati il titolo di Larth e Lasa: Larte e Larzia sono nomi tipici delle famiglie aristocratiche etrusche.

Altri nomi tipici delle donne etrusche sono Ramtha, Velia, Thana, Arunthia: non abbiamo notizie storiche precise su di loro, ma sappiamo, da racconti degli scrittori latini, che godevano di grande libertà e potere. Sul nome Thana abbiamo qualche notizia in più: Thana è la dea della luce lunare; vuole la leggenda che una giovinetta pura e indifesa, assalita da un bruto, abbia chiamato la luce lunare in sua difesa, e che i bianchi raggi abbiano spaventato e messo in fuga il malintenzionato. La Luna stessa investe Thana del titolo di Dea della Luna e regina di tutti gli incantesimi. All'etrusco Thana è legato anche il latino Diana, e sempre a Thana è legato un altro importante nome etrusco, Thanaquil (latinizzato poi in Tanaquilla); Thanaquil, erede di una famiglia aristocratica, è la moglie di Tarquinio Prisco, primo re di Roma di origine etrusca; esperta in prodigi e divinazioni, Thanaquil annuncia a Tarquinio che diventerà re, dopo aver osservato un'aquila (sovrana di tutte le creature alate) portar via e poi riportare il copricapo al marito. Thanaquil significa "dono di Thana", e la regina sacerdotessa è venerata nel culto etrusco come una vera e propria dea.
Altra divinità femminile è Urcla, la dea dell'acqua; questa figura misteriosa ha in realtà più di un nome: intorno al lago di Bolsena c'è un bosco sacro, il Fanum Voltumnae, e proprio Voltumna è un altro nome della dea (quello usato dai Romani). Numerose sono le leggende legate al lago e alla sua dea, tante quante le identità della misteriosa creatura che lo abita.

mercoledì 28 maggio 2008

Quotidiano alla 5^


Tutte le mattine da ormai cinque anni la mia vita è così:

sveglia alle 4 e30, doccia fredda, mi preparo preparo la borsa, non faccio colazione ed esco per prendere l'autobus delle 6 e25, l'auto non passa, come al solito, così salgo in piazza sant'Eurosia per prendere il colleferro delle 6 e30 che come sempre passa alle 6 e45. Arrivo in piazza Garibaldi (velletri) alle 7 e50 e aspetto.

La gente arriva per gradi nei minuti successivi, li conosco tutti, alcuni salutano altri guardano e passano, come tutte le mattine, verso le 7 e55 arriva Carla a farmi compagnia, siamo entrambi silenziosi quindi non c'è molta conversazione ma a noi va bene così, alle 7 vedo il velletri-latina arrivare da Roma, avverto Carla e ci prepariamo a salire. Non appena sopra attendiamo un pò per vedere se arriva qualcun'altro del gruppo, cosa rara, alle 7 e05 partiamo e se non è arrivato nessuno ci isoliamo ogniuno con la propria musica a studiare, non parliamo quasi mai ma a noi va bene così, arrivati alla stazione controlliamo se magari qualcuno avesse deciso di salire lì, se non sale nessuno riprendiamo.

Il viaggio continua così finche entrambi non ci addormentiamo sui sedili, ci sveglieremo poi all'arrivo. Una volta svegli controlliamo se Antonella è con noi, lei sale a Cisterna e di solito riposa come noi per tutto il viaggio, una volta salutata ci accingiamo verso il bar, qui nessuno ordina mai nulla, io qualche volta un caffè, ma in prevalenza veniamo a controllare se becchiamo qualcuno tipo Laura o Tiziano se no allunghiamo un pò e ci dirigiamo a scuola, sono le 8.

Qui Carla ci lascia per unirsi ai suoi compagni ed Antonella mi accompagna a prendere il primo caffè. Preso il caffè torniamo fuori per vedere se c'è qualche anima, di solito qualcuno arriva sempre, ci mettiamo un pò a chiacchierare poi verso le 8 e15 saliamo.

Solito giro per le classi a salutare tutti dal 5C al 4C al 4F e così via, poi come avvistiamo l'insegnante fuggiamo in classe per rimanerci tre ore sostanziose fino alle 10 e45 ossia fino al suono della campana ricreativa.

A ricreazione si scende tutti giù, chi a fare mernda chi a prendere un secondo caffè, qui si incontrano i soliti ritardatari come Diletta, Elisa, Antonio, Jacopo, Olivieri e altri. Si parla, si chiacchiera per circa 15 minuti poi tutti di nuovo in postazione.

A fine turno, ossia verso le 14, usciamo, a seconda dei giorni c'è chi esce prima chi dopo, io sempre alle 14 tranne il martedi e come sempre vado a prendere il caro14 e10 senza condizionatore e con i sedili distrutti, qui reincontro Diletta, Elisa, Carla e Cristina con cui chiacchiero finchè non arriva il bus.

Saliamo, a volte continuiamo a chiacchierare a volte ci isoliamo a sentire la musica o a dormire fatto sta che arriviamo a velletri distrutti, ogniuno scende a fermate diverse, Cristina alla stazione, Elisa dove capita, Diletta e Carla in piazza, io al bar, qui attendo che qualcuno mi venga a riprendere dato che non ci sono autobus per Lariano fino alle 17 , sono le 15.

Arrivato a casa cucino, pulisco e vado al bagno poi mi metto a studiare fino alle 18, da qui in poi mi metto al computer o sistemo la tesi o mi rilasso, dipende.

alle 20 ceno e mi metto a vedere la Tv, se in Tv non c'è nulla vado a leggere se sono stanco vado a dormire.

Questa è stata la mia vita per cinque anni ed ora che tutto ciò non avverrà più, ora che non vedrò più Carla, Diletta, Antonella, Tiziano, Jacopo, Francesco, Cristina, Antonio, Laura, Jenny, Giovanni, Marica, Silvia, Felicetto... ora che non vedrò più quella che è stata la mia casa, per quanto diroccata e povera.. ora che non starò più lì in piazza, fermo, tutte le mattine ad osservare i miei compagni di vita.. ora e solo ora che mi rendo conto di quanto tutto ciò mi mancherà mi sento triste perchè sò che dopo tutto questo non tornerà nulla, che alla fine entreremo tutti nella vera vita sociale, la vera vita adulta, l'infanzia finirà per sempre..eppure io rimarrò sempre bambino e aspetterò attenderò il tempo in cui potrò rivivere tutto ciò osservandolo con il mio sguardo innocente non contaminato dagli schematismi adulti, attenderò il tempo in cui potrò ritornare ad essere bambino senza la paura di crescere.

martedì 27 maggio 2008

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Ampollosi


Ha vinto l'apollineo... beh che dire ? io rimango fedele a Dionisio

sabato 24 maggio 2008

Tutto torna tranne la coscenza


L'eterno ritorno dell'uguale..

Teoria controversa ancora oggi studiata, io credo questo:

Se il nostro mondo è mandato avanti dalla finita energia universale e guidato dall'infinita via del tempo lungo un sentiero circolare sempre uguale a se stesso come facciamo noi miseri esseri umani a concepirne la grandezza ? a prendere coscienza di tale processo ? la nostra vita è troppo breve, troppo infima per riuscire ad arrivare alla comprensione di questa verità, la volontà non basta, nell'attimo in cui noi riusciremo come entità ad arrivare alla comprensione della nostra auto coscienza ci sarà la creazione di un nuovo inizio, un nuovo circolo all'interno del primo.

Il problema sta propio qui, se noi siamo a malpena consci nel nostro singolo di questo grande processo come può l'umanità nella sua interezza data la sua poca memoria di vita riuscire a comprenderlo ? è un conflitto d'interessi notevole che a mio avviso solo la sceinza può colmare, i grandi processi scentifici portano la vita umana sempre più avanti, la rendono ogni giorno più stabile, più duratura e ciò a mio avviso è quello che manca nella teoria dell'oltre uomo, un uomo oltre l'uomo è un essere che nel primo cerchio grazie alla propria auto-coscienza riesce a crearne un secondo, figlio del primo ma a sua volta primo assoluto, è l'uomo del futuro, è il Dio che non teme se stesso, ma per rendere questo possibile c'è bisogno di una spinta in più, spinta che può dare la scienza grazie ai suoi progressi.

Se quindi la creazione del secondo circolo è la prima tappa la seconda è la comprensione dell'auto coscenza collettiva, comprensione che può arrivare solo se la vita umana viene portata al suo limite, il tempo dell'uomo e il tempo della storia sono ancora troppo lontani, quando entrambi risulteranno uguali allora, forse , si potrà parlare di consapevolezza collettiva poichè solo allora l'umanità nella sua entità avrà la memoria , avrà il ricordo, avrà il tempo per comprendere se stessa e la sua storia, solo cosi e grazie alla propria volontà di potenza, ossia grazie al prorio dominio, all'affermazione del proprio essere sulla vità essa riuscirà ad andare verso l'oltre uomo ossia verso un futuro di non decadenza , verso un futuro contrario a quello vissuto da noi oggi.

venerdì 23 maggio 2008

è come un'idea


Forse è un'idea che nasce male non sò forse ci devo pensare, violini e piano in un assolo di penombra dolce rievocazione con melodie di gesta epiche, castelli e cavalieri, lotta e pace è quasi un dovere giocarsi tutto in colpo solo e mi sento tanto geniale come... un'idea..un'idea che non puoi fermare.

La fine si avvicina le persone già iniziano a sparire io penso e ripenso e ripenso e ripenso....

Da qui messere si domina la valle e quello che si vede è ma se limmago è scaltro al nostro occhio scendiamo a rimirar più in basso e scenderemo planando nel cratere ove gorgoglia il tempo.

Caino Caino Abele Gattino



Sono qui! sono fuori dalla porta! cosa facciamo?!

Nulla, sono arrivati a noi ma non hanno prove, che entrino pure, falli venire! non abbiamo nulla da nascondere!

NoNO Loro SANNO loro sanno loro sanno lo..

Piantala stupida ragazzina!! Non SANNO niente! Non possono farci NIENTE!!!

Nononononono lorosannolorosnnolrosannol..

BASTA!!!

.......


BUM BUM BUM....... CRASH!!!!


FERMI TUTTI !!! CHE NESSUNO SI MUOVA !!!

A TERRA!! A TERRA!!

Signore la zona è libera, non c'è nesuun'altro in casa, solo la ragazza..

Mettetele la manette e portatela alla centrale, le parlerò io personalmente. Perquisite la casa, Rivoltatela! voglio prove concrete.


IN CENTRALE:


Lo sapevo che finiva cosi! lo sapevo lo sapevo losapevo lo spevo nondovevamo nonono non dovevamo farlo n..

Zitta! Stolta!! ma non vedi che non Hanno nulla?! Non Frignare! si fredda e vedrai che tutto filerà liscio.

Ma loro Sanno... Abbiamo sbagliato..Tutte quelle persone..

Erano solo Insetti! stupide creature, non capivano avevano paura di te erano invidiosi ti facevano soffrire hanno avuto quello che meritavano.

Ma..

Senti..hanno Scelto loro, giusto? non li hai costretti ne ingannati, sapevano a cosa andavano in contro, ora concentrati, lo sbirro sarà qui a momenti devi saperlo affrontare, mi capisci?

sisi..

Andrà tutto bene Bambina Mia, tu fà quello che ti dico e tutto andrà bene.


Dietro il doppio specchio la porta si apre- Come andiamo Bill ?

Al solito capo, sono tre ore che è il ferma e da qualche minuto ha anche iniziato a parlare da sola..

Non mi sorprende, il Dottor Connors ha detto che probabilmente soffre di bipolarismo.

Fa paura, non avrei mai il coraggio di star lì con lei capo..

Tu sta qui e osserva, mi occupo io dell'interrogatorio.

ok capo.


La porta si apre, è lui, sta lì ad osservarmi, ora si è seduto.

Ciao Amelie, mi riconosci?

...certo lei è l'ispettore Cannigam.. è apparso molto spesso in Tv ultimamente...

Sai perché?

.......sono state uccise delle persone..............

Giusto, tu ne sai qualcosa?

..........perché? dovrei saperne qualcosa?

Non fare l'ingenua, Sara Frettew ha confessato, è da lei che siamo arrivati a Jane.. e da lei a Te..

Io non ho fatto Nulla! non avete prove contro di me..

Abiamo le loro confessioni.

..........................

Collabora e ti sarà ridotta la pena.

io..ZITTA STUPIDA!! Ti sta confondendo...no...nopn ce la faccio... Non hanno Prove, non Possono Nulla.

Abbiamo trovato l'Arsenico nella tua cantina, non hai possibilità.

MENTE, non starlo a sentire

Ascoltami, se confessi la giuria sarà clemente.. potrai ottenere uno sconto della pena...

Non Ascoltarlo

io..io..

Aiutami.. Aiuta Te Stessa..

ZITTO!! NON AVRAI NIENTE DA ME!!! HAI CAPITO!?? NIENTE!!!!

...........................e così è questa la tua scelta?

..............

Bene


Si alzò diretto alla porta, l'apri l'oltrepassò la chiuse con delicatezza.


Hai reggistrato Bill?

Si capo..

C'è abbastanza per farla rinchiudere in un centro psichiatrico..

Speriamo capo, se penso a cosa è capitato a quei poveri ragazzi.. bbrrr ancora mi vengono i brividi

Ora è finita, lei sarà rinchiusa e quei ragazzi avranno una degna sepoltura.. vieni Bill tioffro una birra..

Grazie capo


Entrambi uscirono in silenzio lasciando la ragazza a fissare il vuoto, mormorando parole.


giovedì 22 maggio 2008

Il Quinto della Morte


una notte di astri pieni e arti in botte

l'uomo camminò sul sentiero del morto

diretto al castello sulla collina


Toc Toc


Bussa qualcuno al portone della corte

pronto risponde il valletto rosso porpora

nero ghiaietto


Avanti


Avanza deciso nel corridoio dello spirito

su su fin al primo vagito divino

nel siggillo del divano


spafh!


caduta mattone color ciambellone

il marchese saluta la tenera sposa

fresca sirena in pallone


frush frusch toc toc bum bum


canta felice l'uccello crepato

di tenera terra, l'an sotterrato

gioisi ed allegri

nel piccolo bosco con saluti sinceri


bum bum


Spara il fucile, amico sincero

di vecchia data, compagno squadriero

veloce sicuro

corre in spalla al giovane scuro


secondo siggillo


Divino richiamo soffice sonno

sicuro riparo freddo sorriso


terzo siggillo


occhi di brace

barca bucata di gomma temprata

fiume rugiada leggiadra visione


quarto sid sigh sigh


uomo veloce di fredda spada corre

remore di poca memoria, il castello ha percorso

fragile corso dun sentiero in salita


cu cu to


schacchi imponenti, fieri soldati

attendono attenti fini comandi

piccoli passi, sguardi decisi

arriva la morte al quinto siggillo


martedì 20 maggio 2008

emm..oh uffh sisi no..forse mah si no emm..


Sono stanca, veramente stanca e mi sta pure venendo mal di testa, sembra uno di quei mal di testa da studio, quelli che ti vengono quando non studi da parecchio tempo, chissà che c'è per cena, sono stanca, il letto è comodo, non mi và di alzzarmi, Federico mi chiama, deve essere pronta la cena, sono stanca non mi và di scendere, chissà cosa c'è in Tv stasera, dovrei continuare a studiare ma non mi và, dovrei fare molte cose eppure non le reputo importanti, perché affaticarsi quando in realtà non serve a nulla ? mi servono tutto loro, non c'è gusto, mia madre rompe sempre, ce l'hai il ragazzo? ma non esci mai ? e perchè dovrei uscire ? ciò che sta fuori è uguale a ciò che sta dentro, perchè dovrei trovarmi un ragazzo? sono una scocciatura, poi mi tocca stargli dietro, non mi va, sono stanca, la scuola mi annoia, sempre uguale, inutile, quello che mi interessa lo cerco da me, non capisco perché la gente si affatichi tanto a studiare cose inutili, a lavorare, perché stancarsi ? a cosa serve ? il mondo va avanti anche da solo, lo faceva prima della nostra venuta, continuerà a farlo anche dopo che ce ne saremmo andati, dovremmo goderci i suoi frutti senza interessarci a nient'altro, calmi beati riposati a raccogliere i doni che la terra ci offre gentilmente spontaneamente, odio gli altri ragazzi, cosi stupidi cosi ciechi sono lì che si struggono su problemi inesitenti creati da loro mentre potrebbero godersi tutto senza problemi, sempre di fretta non vedono la vera realtà, non vedeno che ciò che sfreccia loro davanti, non si fermano ad osservare, e perché dovrebbero ? stanno lì ad autocommiserarsi a fare gli spavaldi quando in realta basta una parola per farli crollare, il mondo non esiste è un nostro pensiero, tòh il gatto è salito sul davanzale della finestra, beato te micio che mangi e vaghi beato, vorrei essere un gatto cosi potrei dormire tutto il giorno, mangiare e dormire, molto allettante l'idea, un cane ? no troppa fatica fare la guardia, un gatto è l'ideale, tutte quelle coccole la sera, mi piace il cioccolato chissà forse Lucia ha finito, ho sete, il bagno è occupato il bianco finisce ma il verde non sta sugli occhi, sono stanca, Arrivo, si arrivo.. non sono mai partita, troppa fatica, dicono che il mondo finirà a breve peccato, mi mancherà la pizza, mi piace la pizza, il calore è piacevole sole e mare farsi portare via dalle onde a peso morto, galleggiare nel cielo senza pensieri, Arrivo, chissà com'è volare, gli uccelli lo sanno loro sanno molte cose, chissa gli alieni, loro si che se la spassano li su a divertirsi con noi umani inutili, ogni tanto scendono poi vanno magari tornano non rimangono e no troppa fatica, poi noi con i nostri atteggiamenti infantili siamo chiusi pensa che noia, amo la montagna e l'aria fresca odio camminare troppo, le farfalle sono gaie sempre lì contente a volare hanno vita breve ma almeno se la godono, Arrivo Arrivo, sempre insieme a cena perché ? non posso decidere quando mangiare ? ma poi si scocciano e dicono che sono insensibile, acidi però non corrodono no luccicano si ma forse non non so dovrei controllare, Arrivo uffh! scendo !?? ma sono stanca ma boh sisi mo scendo mo arrivo o forse ma si no emm.. ok si si il mio stomaco chiama ora poggio la gamba a terra no il pide balla o mm si forse così no nno si uff ba ecco Arrivo Arrivo, il pavimento è freddo sono stanca.

lunedì 19 maggio 2008

Il Tuo Nome


Il suono forte del motore rompeva il silenzio, era musica, la tua musica. Le stagioni si susseguno, mi hanno visto crescere, hanno visto crescere le mie gambe per sostenere il peso d'esser grande, le mie emozioni vagavano e gli occhi divengono pagine che il tempo riempie di ricordi.

Ricorderò il tuo nome, porterò dentro me il grigio dell'inverno e l'allegria del carnevale. Oggi grida la mia voce e mi dice, non ti preoccupare, ricorderò il tuo nome.

La giostra del tempo ha costruito la mia età e fra tutte le incertezze c'è la convinzione, ricorderò il tuo nome. Parole raccontano e racconteranno le nostre lacrime e i sorrisi scambiati al suono del motore che irrompe nel silenzio.

Ricorderò il tuo nome

Ricorderò il tuo nome

E ora raccoglierò le mie emozioni e ne farò canzoni per te e per me, nel tuo nome

sabato 17 maggio 2008

Compressione da Controllo




La mente umana è la prigione più spietata che esista, noi siamo schiavi di noi stessi, gli sfruttati sono vittime del sistema, i potenti creano il proprio vittimismo sistematico e noi ?


Noi soffriamo come cani


Voglio un mondo primordiale, voglio il paradiso che la chiesa ci ha tolto, voglio la potenza la rabbia la forza


Non voglio vittime o vittimismi smidollati o piagnoni


L'energia prima pura e semplice è in noi


Noi siamo Dei


la nostra mente è l'arma più distruttiva che esista


il nostro scopo è l'autodistruzione


IO NON VOGLIO DISTRUZIONE VOGLIO DISTRUGGERE


SITEMI


SCHEMI


LOGICHE


Ognuno viva da se e ragioni per egoismo, solo il VERO egoismo porta la morale poichè la pieta non porta altro che rancore

venerdì 16 maggio 2008

l'eredità di apocalisse


“Una vecchia leggenda indù racconta che vi fu un tempo in cui tutti gli uomini erano Dei. Essi però abusarono talmente della loro divinità, che Brahma - signore degli dei - decise di privarli del potere divino e di nasconderlo in un posto dove fosse impossibile trovarlo. Il grande problema fu quello di trovare un nascondiglio. Quando gli dei minori furono riuniti a consiglio per risolvere questo dilemma, essi proposero la cosa seguente: "seppelliamo la divinità dell'uomo nella Terra". Brahma tuttavia rispose: "No, non basta. Perché l'uomo scaverà e la ritroverà". Gli dei, allora, replicarono: "In tal caso, gettiamo la divinità nel più profondo degli Oceani". E di nuovo Brahma rispose: "No, perché prima o poi l'uomo esplorerà le cavità di tutti gli Oceani, e sicuramente un giorno la ritroverà e la riporterà in superficie". Gli dei minori conclusero allora: "Non sappiamo dove nasconderla, perché non sembra esistere - sulla terra o in mare – luogo alcuno che l'uomo non possa una volta raggiungere". E fu così che Brahma disse: "Ecco ciò che faremo della divinità dell'uomo: la nasconderemo nel suo io più profondo e segreto, perché è il solo posto dove non gli verrà mai in mente di cercarla".A partire da quel tempo, conclude la leggenda, l'uomo ha compiuto il periplo della terra, ha esplorato, scalato montagne,scavato la terra e si è immerso nei mari alla ricerca di qualcosa che si trova dentro di lui.”

mercoledì 14 maggio 2008

Il Ritratto di Dorian Gray (secondo me.



Qualcuno definì una volta -il Ritratto di Dorian Gray- come “il solo romanzo [Inglese, s’intende] degli anni novanta [milleottocentonovanta, beninteso] che tutti hanno letto”.
In effetti, il racconto che Oscar Wilde buttò giù quasi controvoglia, su commissione, per una rivista americana, e che in un secondo tempo allargò per ristamparlo a Londra in un volume singolo –che la critica del tempo accolse con perplessità, se non addirittura in qualche caso, come si vedrà, con orrore- non ha mai visto decrescere la sua popolarità, e il suo tema principale è diventato addirittura proverbiale.
C’è bisogno di ripeterlo ancora ?
Un pittore riproduce sulla tela le fattezze di un adolescente di meravigliosa bellezza ed innocenza. Il risultato è un capolavoro, ma un amico deplora il fatto che mentre questo custodirà per sempre inalterato il momento magico, il suo oggetto è condannato, invece, a invecchiare e a corrompersi. Solo l’opera d’arte, infatti, è eterna e incorruttibile. Nella celeberrima Ode a un’Urna Greca il poeta John Keats, precursore di quel cosiddetto movimento estetico di cui Oscar Wilde stesso era stato l’ultimo e il più chiassoso divulgatore, parlava proprio di questo: il pastorello colà raffigurato è condannato a non raggiungere mai la sua innamorata, in compenso sia lui sia lei rimarranno nel fiore degli anni, appassionati e leggiadri, per sempre. Non potrebbe però, per una volta, darsi il contrario, si domanda imbronciato il giovane Dorian ?
E il miracolo si compie.
Il ritratto, che è stato donato a Dorian dall’artista, cambia e continua a cambiare, mentre il ritratto si mantiene impossibilmente fresco e avvenente malgrado il tempo che passa. Questa è la situazione di base, suggerita, vuole una leggenda, a Wilde stesso dalla visita allo studio di un pittore amico suo, a nome Besil Ward (lo Hallward del romanzo). Sviluppandola, Wilde immaginò che sul ritratto comparissero con evidenza sempre maggiore oltre ai segni della normale usura del tempo anche quelli dei peccati segreti del protagonista.
Nell’età vittoriana, come si sa, gli eccessi facevano invecchiare molto più prematuramente e flagrantemente di oggi; non esistevano personal trainer né chirurgia plastica, chi poteva permetterselo si nutriva troppo e si muoveva pochissimo: figuriamoci le tracce che potevano lasciare vizzi peggiori. Quali vizzi, però ? qui si trattava di vizzi molto speciali e raffinati. Dorian Gray non è un gaudente dozzinale, a Oscar Wilde la volgarità non interessava. Le autoindulgenze del suo protagonista, sia pure lasciate in gran parte nell’indetrminatezza (col rischio di deludere noi moderni voyeur insaziabili) sono, almeno in origine, di natura estetica. Wilde colloca il suo eroe sotto l’influenza di un uomo più anziano, Lord Henry Wotton, colto, cinico e brillante, un edonista ed un immoralista che insegnava al ragazzo come assaporare fino all’ultima goccia la vita nei suoi aspetti più prelibati. In particolare, Lord Henry mette in mano a Dorian un libro francese dalla copertina gialla, in cui sono descritte le estrose e tal volta stravaganti esperienze di un altro giovane, parigino, ricco, indipendente e estenuato, deciso a fare della propria esistenza un’opera d’arte. Affascinato -addirittura avvelenato, dice Wilde-, Dorian diventa cosi un gourmet intellettuale, ma anche un’egoista privo di scrupoli, pronto a sacrificare chiunque per il proprio piacere.
Wilde, il quale una volta scrisse a un corrispondente “Besil Hallward è come sono io; Lord Henry Wotton è come il mondo crede che io sia; Dorian gray è come vorrei essere –in altre età-, forse”, diede risposte contrastanti a chi lo interrogava sulla identità di questo libro francese, innominato nella versione a stampa del romanzo ma prima, in quella manoscritta, avente un titolo e un autore entrambi di fantasia (le secret de Raoul, di “Catulle Sarrazin”). Il più delle volte ammise però di aver pensato a –A Rebours- ( “A Ritroso”) di Joris-Karl Huysmans, uscito nel 1884, dove la situazione del protagonista Des Esseintes corrisponde a quella imitata da Dorian, anche se poi Wilde non lo segui alla lettera, inventando episodi colà inesistenti. Huysmans (1848-1907), che si autodescrisse come “un hollandais putrefié de parisianisme”, spia con freddezza un uomo desideroso, come dice Wilde, “di vivere le esperienze di tutti i secoli eccetto il suo”, e aggirantesi tra profumi, pietre rare, libri esoterici, personaggi storici dalla fama ambigua, dipinti di artisti particolari come Gustave Moreau (Des Esseintes possiede una delle versioni della danza della perversa principessa Salomé), ecc… Lungo un percorso che tocca vari capisaldi del gusto del Decadentismo.
Che Dorian voglia realizzare gli ideali letti in un libro è in sintonia con l’idea wildiana espressa nel dialogo “la decadenza della menzogna” raccolto in Intenzioni (1891), secondo cui la Natura, ovvero la Vita, imita L’Arte. Qualcosa di simile si sarebbe potuto dire anche a proposito del rapporto di Wilde stesso con Bosie alias Lord Alfred Douglas, il biondo e raffinato ventunenne conosciuto dopo l’uscita del romanzo, al quale l’esteta si affezionò smodatamente, e del quale recito la parte del mentore. Tuttavia i sostenitori del contrario, ossia della tesi più scontata, secondo cui è piuttosto L’Arte che porge lo specchio alla Natura (lo dice anche Amleto, ma, osserva Wilde, quando si fingeva pazzo), hanno anch’essi argomenti a loro favore.
Alla luce di quanto poi accadde, è sostenibile che nella vita fu Bosie a corrompere Oscar, e non il contrario. E poi, almeno un Dorian Gray esistette anche prima del romanzo: un poeta nato nel 1866 e di straordinaria avvenenza fisica, che per soprammercato di cognome faceva proprio Gray (e John di nome, anche se per un po’ si firmò scherzosamente Dorian nelle lettere che scrisse a Oscar e ad altri). Questo John Gray, che Wilde nomina in De Profundis quando rinfaccia a Bosie di averlo distolto dalla frequentazione di altri giovani intellettualmente più stimolanti di lui, era un ragazzo di origini modeste e largamente autodidatta (non quindi un mezzo aristocratico come il Dorian del libro), impiegato al Foreign Office, che però grazie al suo talento si era fatto conoscere dai suoi ambiziosi coetanei letterati d’avanguardia, in particolare dal gruppo del Rhymers Club, di cui facevano parte J.B.Yeats, Arthur Symons, Lionel Johnson e altri.
Il suo nome è legato ad un libro di versi, Silver points, elegantissimamente stampato nel 1893 in una veste concepita dall’artista Charles Ricketts. Quando il volumetto usci, John Gray aveva d’altro canto interrotto i raporti con Wilde, anche perche strettamente legato a André Raffalovich, un ricco esteta di origine russa che a Wilde aveva giurato inimicizia (è di lui e delle sue pretese cultural-moderne che Wilde disse, con una battuta riciclata proprio in Dorian Gray, “ha tentato di aprire un salon, ma ha aperto un saloon”). Il resto della vita di John Gray segna un altro punto a favore dell’inventiva della Vita. Poco tempo dopo aver pubblicato Silver points, il giovane ebbe una crisi religiosa, entrò in seminario a Roma, diventò sacerdote cattolico e gesti fino alla morte una piccola parrocchia di Edimburgo, dove diede esmpio di abnegazione e di illuminata moralita (l’amico Raffalovich lo segui nella città nordica e vi apri un altro accogliente salon).
Ma torniamo alla nascita di Dorian Gray. Durante un viaggio a Londra J.M. Stoddart, direttore della Lippincot’s Monthly Magazine, pubblicazione americana di buona diffusione su ambo le sponde dell’Atlantico, chiese un racconto lungo di genere un po’ sensazionale a ciascuno dei due promettenti scrittori della nuova generazione. Uno, Arthur Conan Doyle, gli mandò –Il Segno dei Quattro-, secondo episodio della saga di Sherlock Holmes dopo –Uno studio in Rosso-. L’altro, Oscar Wilde, propose Dorian Gray, che come storia aveva gia raccontato agli amici –una sua specialità era infatti inventare apologhi a braccio, spesso a carattere paradossale. Qualcuno di questi raccontini, che di solito morivano lì, fù riutilizzato, come la versione wildiana della storia di Salomé, con la principessina che chiede la testa di Giovanni non perché istigata dalla madre, ma proprio perché la vuole lei: innamorata del Battista che la respinge, brama di baciarlo in bocca. Wilde la inventò o finse di inventarla una sera a Parigi, a beneficio di confrères francesi, quindi appena rientrato in albergo la buttò giu in fretta, a matita ed in forma drammatica, su un quaderno scolastico che aveva per caso, di quelli a righe con la copertina lucida nera e le pagine bordate in rosso (oggi è tra i tesori della collezione Bodmer a Ginevra).
Di Dorian Gray, quando lo ripescò dalla memoria per l’editore della Lippincott’s, accentuò probabilmente l’aspetto di Thriller. Poi però, al momento di scrivere, si trovò a mal partito: non aveva mai affrontato un romanzo.
“Temo sia un po’ come la mia vita, tutto conversazione e niente azione”
Scrisse ad un’amica subito dopo averlo terminato: “i miei personaggi se ne stanno seduti in poltrona e chiacchierano”
Prima aveva tentato di convincere l’editore ad accettare un testo più breve di quello che si era impegnato a fornire, ma il committente gli aveva risposto telegrafandogli di aver bisogno di almeno centomila parole (la parola e non la battuta è l’unità di misura nell’editoria anglosassone). Wilde telegrafò a sua volta: “Non esistono centomila belle parole nella lingua inglese”.
Quando il racconto uscì, sul numero del 20 giugno 1890, occupava 97 pagine della rivista. Per l’edizione in volume, pubblicata l’anno dopo, Wilde lo ampliò, aggiungendo 6 capitoli –il terzo, il quinto, il quindicesimo, il sedicesimo, il diciassettesimo e il diciottesimo- e dividendo l’ultimo in due. Nella versione definitiva i capitoli sono dunque 20, più una prefazione consistente in una serie di epigrammi in cui Wilde ribadisce polemicamente pro domo sua, sotto il tono paradossale, quell’indipendenza dell’Arte dalla Morale che era stata un po’ un manifesto di tanti scrittori anti-borghesi, soprattutto in Francia, come Gautier, Baudelaire, Flaubert.
Rispetto alla prima versione spicca soprattutto la descrizione della famiglia di Sibyl Vane, e in particolare la presentazione del fratello marinaio della giovane attrice, personaggio che prima non esisteva e che adesso invece tenta di fare giustizia di Dorian durante una battuta di caccia. Altre aggiunte riguardano i “peccati” di Dorian, trasgressioni che con più efficacia sulla Lippincott’s venivano lasciate quasi totalmente alla fantasia del lettore. Adesso Wilde per illustrare le manie di collezionista del cacciatore di piaceri insoliti ricorse a vecchie letture, recuperando brani della recensione che aveva fatto una volta ad una storia del merletto, o attingendo ad un catalogo delle pietre rare al South Kensington Museum. Per offrire esempi di perversioni più esecrabili, fece anche entrare Dorian in una fumeria d’oppio; il peggio tuttavia continuò a non specificarlo, ma al massimo ad alludervi oscuramente, soprattutto atraverso le reazioni dei personaggi. Inoltre aggiunse qualche aforisma, e qua e là migliorò la forma. Attenuò, anche, alcuni passi che rischiavano di rendere troppo esplicito il tema dell’omosessualità. Dal racconto di Basil Hallward sul suo primo incontro col giovane eliminò una frase che diceva “Sapevo che se avessi rivolto la parola a Dorian gli sarei diventato assolutamente devoto, e che non avrei dovuto parlargli”. Più avanti il pittore rivide Dorian dopo molti anni (nella prima versione questo accade quando Dorian ne ha trentadue, nella seconda, trentotto) e gli rinfaccia accoratamente i pettegolezzi che ha ascoltato sul suo conto, facendo tra l’altro una lista di giovanotti rispettabili che a quanto pare hanno incontrato una brutta fine per colpa sua. La versione della Lippincott’s si ferma qui, ma per evitare cattive interpretazioni quella in volume contiene a questo punto una risposta di Dorian in cui tali fini vengono spiegati rapidamente caso per caso (quello ha la moglie debosciata, quell’altro falsifica le firme sugli assegni, ecc…) senza tirare mai in ballo eventuali rapporti contro natura.
Il tema dell’omosessualità, che peraltro molti avvertirono subito, doveva essere sotterraneo, nessuno dei personaggi risultando esplicitamente gay –Lord Henry ha una moglie ufficiale, benché ad un certo punto ne venga abbandonato; Dorian è (anche) un seduttore di fanciulle, a partire dall’innocente Sibyl vane; solo al pittore Basil Hallward non si riconosce mai una partener di sesso femminile, ma si tratta di un’artista che per sua dichiarazione persegue solo la bellezza assoluta, dovunque questa si possa manifestare. Ugualmente però la versione della Lippincott’s suscitò grande scandalo in Inghilterra, e anni più tardi, quando Wilde ebbe l’imprudenza di denunciare per diffamazione Lord Queensberry, il padre di Bosie, che lo aveva pubblicamente accusato, si badi, di “atteggiarsi a sodomita” (quindi non necessariamente di esserlo, ma solo di farlo pensare) –l’avvocato di costui si servì proprio di questa redazione del romanzo per sostenere in tribunale che l’affermazione del suo cliente era perfettamente giustificata. Il patrocinatore di Wilde si oppose come poteva, tra l’altro leggendo ad alta voce il surricordato brano con i chiarimenti circa le malefatte dei giovani rovinati da Dorian, per cercare di controbattere l’effetto suscitato dalle estese citazioni del suo collega.
Fatto sta che per quanto prudente Wilde fosse stato anche nella prima versione di Dorian Gray, i malpensanti si abbandonarono immediatamente a un coro di esecrazioni con accenti che oggi sembrano poco meno che isterici. Disse tra l’altro la ST. James’s Gazette (24 giugno 1890. L’autore dell’articolo, uscito anonimo, era tale Samuel Henry Jeyes):
-Non provando curiosità per gli escrementi, e non desiderando offendere le narici delle persone ammodo, non ci proponiamo di analizzare il ritratto di Doria Gray: sarebbe un far propaganda allo sviluppo di una pruriginosità esoterica. Se il Tesoro o la Società della Vigilanza riterranno opportuno perseguire Mr. Oscar Wilde o i Messrs. Ward, Lock & Co. [i distributori della rivista americana nel regno unito], non sappiamo; ma in complesso ci auguriamo che non lo facciano.
Il problema è che un giovanotto di decente estrazione, che ha goduto (quando è stato a Oxford) l’opportunità di mescolarsi con dei gentiluomini, debba unire il suo nome (per quello che vale) a un’opera così stupida e volgare. Che nessuno la legga nella speranza di trovare arguti paradossi o provocante immoralità. Lo scrittore sfoggia la sua ricerca da quattro soldi tra i rifiuti dei Décadents francesi come un qualsiasi blaterante pedante, e vi annoia senza pietà con i suoi prosaici ritornelli sulla bellezza del corpo e la corruzione dell’Anima…-
Sentenziò il Daily Chronicle (30 giugno 1890):
-Tedio e sudiciume sono i tratti principali della Lippincott’s questo mese. L’elemento in essa che è poco pulito, benché innegabilmente divertente, è fornito dalla storia di Mr. Oscar Wilde del ritratto di Dorian Gray. È una storia nata dalla letteratura lebbrosa dei Décadents francesi; un libro velenoso, la cui atmosfera è pesante dei mefitici odori della putrefazione morale e spirituale; un compiaciuto studio della corruzione mentale e fisica di un giovane fresco, bello e dorato, che potrebbe essere orribile e affascinante se non fosse per la sua effeminata frivolezza, la sua studiata insincerità, il suo teatrale cinismo, il suo chiassoso misticismo, il suo frivolo filosofeggiare, e il contaminante percorso di sgargiante volgarità che aleggia sopra tutto l’elabborato estetismo da Wardour Street di Mr. Oscar Wilde e la sua faticosamente economica erudizione…-
E lo Scots Observer (5 luglio 1890):
-…La storia, che tratta materia adtta solo al Dipartimento di Investigazione Criminale o a un’udienza a porte chiuse, è vergognosa sia per l’autore sia per l’editore. Mr.Wilde possiede cervello e arte e stile; ma se non riesce a scrivere altro che per aristocratici fuorilegge e fattorini del telegrafo pervertiti, prima si dedicherà alla sartoria (o a qualche altro mestiere decente), meglio sarà per la sua reputazione e per la pubblicas morale.-
L’allusione agli aristocratici fuorilegge e ai pervertiti degradati rimandava al notorio scandalo di Cleveland Street dell’agosto 1889, quando una irruzione della polizia aveva trovato in un appartamento sito in quella strada fattorini del vicino ufficio postale in atto di prostituirsi a clienti appartenenti alla nobiltà nonché, si disse (ma non emersero nomi), uomini politici.
Da questi attacchi Wilde si difese con energia, inviando ai giornali che li avevano ospitati e magari ispirati diverse lettere in cui spiegò con ironia e urbanità, e persino con pazienza. Alla St. James’s Gazette scrisse, in particolare:
-…Il povero pubblico, apprendendo da un’autorità così alta che questo è un libro malvagio, quale un governo Tory dovrebbe sequestrare e sopprimere, correrà indubbiamente a leggerlo. Ma, ahimè ! Troverà che si tratta di una storia con una morale. E la morale è questa: Ogni eccesso, così come ogni rinunzia, reca il proprio castigo. Il pittore Basil Hallward, che venera troppo la bellezza fisica, come la maggior parte dei pittori, muore per mano di uno nella cui anima ha creato una vanità mostruosa e assurda. Dorian Gray, che ha condotto una vita di mera sensazione e piacere, cerca di uccidere la coscienza, e in quel momento uccide se stesso. Lord Hanry Wotton cerca di essere semplicemente uno spettatore della vita. E scopre che chi respinge la battaglia rimane ferito più profondamente di chi vi prende parte. Sì; c’è una terribile morale in Dorian Gray; una morale che i pruriginosi non riusciranno a trovarvi, ma che sarà rivelata a tutti coloro la cui mente è sana. È un errore artistico questo ? Io ho paura di sì. È l’unico errore del libro.-
Walter Pater, i cui studi nella storia del Rinascimento (1873) il giovane Wilde aveva considerato la propria Bibbia estetica (anche se nella seconda edizione il solitario professore di Oxford aveva espunto dalla conclusione il famoso passo in cui esortava a “ardere come una dura fiamma gemmea” in attesa del momento perfetto, in quanto passibile di fuorviare gli studenti cui fosse potuto capitare in mano); Walter Pater si era astenuto dal recensire Dorian Gray prima versione, avendolo considerato Risqué. Ma non si tirò indietro quando uscì il volume, al quale dedicò un articolo molto meditato, che oltre a illustrare la morale del libro, come del resto aveva già fatto l’autore, gli consentiva di chiarire il proprio punto di vista, sia pure con caratteristica tortuosità.
-Intelligente sempre, questo libro, tuttavia, sembra esporre tutto meno una domestica filosofia di vita per il ceto medio; una specie di squisita teoria epicurea, piuttosto; tuttavia fallisce, fino a un certo punto, in questo; e si può capire il perché. Un vero epicureanesimo aspira a uno sviluppo completo per quanto armonico dell’intero organismo dell’uomo. Smarrire il senso morale pertanto, ad esempio, il senso del peccato e della giustizia, come gli eroi di Mr. Wilde tendono a fare con tanta prontezza, più completamente che possono, significa perdere, o degradare, l’organizzazione, diventare meno complessi, passare da un grado di sviluppo più alto ad uno più basso. Come storia, tuttavia, come storia in parte soprannaturale, è di prima qualità quanto organizzazione artistica; con quelle prelibatezza epicuree che aggiungono semplicemente al colore decorativo della sua figura centrale, come altrettanti fiori esotici, come l’incantevole scenario e le perpetue, epigrammatiche, sorprendenti, e pur così naturali conversazioni, tutt’intorno come un’atmosfera. Tutti questi piacevoli dettagli accessori, tolti di peso dalla cultura, gli interessi intellettuali e sociali, le convenzioni del momento, producono, di fatto, dopotutto, l’effetto della miglior sorta di realismo, mettendo in rilievo l’elemento soprannaturale così destramente concepito secondo la maniera di Poe, ma con una grazia che costui non ha mai raggiunto, che si sovrappone a quel precedente scopo didattico, e crea l’interessa affatto sufficiente di una eccellente storia…- (The Bookman, novembre 1891)
E così via. In seguito, quando a maggior distanza di tempo Wilde cominciò a essere studiato come un autore degno di considerazione, in Germania prima che altrove, si cercarono nella letteratura precedenti sia alla trama sia agli ingredienti principali di Dorian Gray, operazione che porta lontano con un autore come colui che oltre ad essere un lettore onnivoro, aveva teorizzato (nel “Critico come Artista”, altro saggio raccolto in Intenzioni) che l’arte più alta è quella che prende il suo materiale non dalla vita, bensì appunto dall’arte già in circolazione. In ogni il principale esempio di personaggio che vende l’anima al diavolo e che commette misfattiin più luoghi, condannato ad una vita lunghissima, Wilde l’aveva a portata, tale è infatti il protagonista di Melmoth il viandante (1820), truce romanzo gotico scritto da un suo prozio per parte di madre, l’ecclesiastico irlandese Charles Robert Maturin (1782-1824), molto ammirato tre gli altri da Balzac. Wilde, che si fece chiamare proprio Sebastian Melmoth per qualche tempo, quando si rifugio in Francia dopo avere scontato la condanna a due anni di carcere, conosceva certamente di Balzac non solo Melmoth Reconcilié a l’Eglise (1833), continuazione del libro del suo congiunto, ma anche il racconto La Pelle di Zigrino (1831), dove una magica pelle dell’animale in questione a poteri un po’ simili a quelli del Ritratto di Dorian. Un precedente del dandismo di Dorian si trova poi nel romanzo salottiero, notare il titolo, Vivine Gray (1826) di Benjamin Disraeli, poi Lord Beaconsfield. E naturalmente se si cercano paralleli all’atmosfera della Londra notturna di Wilde, con vicoli e moli immersi nella nebbia, non ci sarà bisogno d’andare più lontano di Dickens e dello Stevenson del recente (nonché molto ammirato dall’esteta) Dottor Jekyll e Mr Hyde, senza bisogno di disturbare il Victor Hugo dei Miserabili o l’Eugén Sue dei Misteri di Parigi.
Il fatto è che Wilde in tutta la sua narrativa, così come in tutto il suo teatro, non solo non pretese mai di aver inventato niente, ma anzi, fece sempre affidamento sulla familiarità del suo interlocutore con il materiale che rielaborava. La sua specialità era prendere il luogo comune e smontarlo, cosa che faceva soprattutto nella conversazione, di cui era un riconosciuto maestro. Quando disse di sé “ho messo il mio genio nella vita e solo il mio talento nell’arte”, alludeva forse proprio alla sua celebrata generosità di improvvisatore dall’arguzia incomparabile. La sua arma particolare, quella alla quale i dizionari avrebbero in seguito associato il suo nome, era il paradosso –“un paradosso wildiano”(Tullio De Mauro, Grande Dizionario dell’Uso). Il paradosso consiste nel prendere una frase fatta logorata dall’uso, un proverbio ormai accettato senza discutere, e quindi capovolgerlo –“non c’è spina senza rosa”, al posto di “non c’è rosa senza spina”. La cosa funziona se il cocetto rivoltato continua ad avere un senso; funziona al meglio se il nuovo senso sorprende con l’evidenza di una illuminazione. Wilde, che aborriva ogni forma di prevaricazione –un suo romanzo, il ritratto di Mr. W.H., è fondato sull’idea che chi riesce a convincere qualcuno di qualcosa cessa di credervi egli stesso- amava esprimersi obliquamente (“vivo nel terrore di non essere frainteso”, “date all’uomo una maschera, e vi dirà la verità”), talvolta per parabole, o per apologhi. I suoi cosiddetti poemi in prosa, spesso raccolti da altri che glieli avevano sentiti dire, illustrano questo con molta evidenza –le acque dello stagno innamorate di Narciso che vi si specchiava, perché si vedono riflesse nei suoi occhi; il profeta autore di miracoli che si lamenta perché, pur avendo guarito cechi e storpi, non è stato crocifisso; il poeta che di ritorno dai viaggi racconta di avere incontrato fauni e ninfe, ma che quando li incontra davvero dice di non aver visto niente. Ma tutto Wilde è così. Nei saggi, come si è già ricordato, sostiene paradossalmente che la vita imita l’Arte (le donne, per esempio, diventano simili ai quadri dipinti dai pittori); che la critica è la forma più alta di creazione artistica (appunto perché si occupa di arte e non di vita comune); che l’assistenzialismo è degradante e retrivo (consentendo ai poveri di sopravvivere, perpetua l’ingiustizia dello status quo).
Nelle commedie, il cui impianto è convenzionale fino al plagio –a una signora che disse di aver trovato una scena del Marito Ideale molto simile a un’altra di Dumas figlio rispose, “gliel’ho portata via pari pari”- la morale convenzionale è sovvertita, perché alla fine si scopre che i buoni sono stupidi e gretti, i cattivi, brillanti e generosi, gli oziosi, intelligenti e profondi. Nella più famosa di tutte, l’immortale Importanza di Essere Ernesto, si ride perché due damine vogliono che il loro marito, chiunque sia, porti assolutamente quel nome. È il contrario di Giulietta, che amerebbe Romeo comunque si chiamasse. Ma a pensarci, non esiste nella vita reale chi sposa un nome e non una persona ?
Così anché Dorian Gray è, persino ovviamente –come abbiamo visto che lo stesso Wilde fu costretto a sottolineare- un apologo, fondato su un paradosso –il quadro che invecchia al posto di una persona. Dall’assunto di palese assurdità nascono conseguenze logiche; lo sprofondare graduale del protagonista nel vizzio colpisce violentemente proprio perché non se ne avvertono le tappe. Ma ovviamente l’apologo non basterebbe da solo a reggere le dimensioni del volume se non ci fossero altri elementi. Di questi il più solido alla distanza si è dimostrato quello che poteva apparire il più effimero, ossia l’umorismo anticonformista e provocatorio, frivolo ma già allora in grado di sopportare la ripetizione, visto che alcune delle battute migliori Wilde tornò a utilizzarle nelle commedie.
Ma anche la componente che può sembrare più datata, i purple patches o brani di prosa sontuosa ed esibizionistica, il bric-à-brac di prelibato, soffocante cattivo gusto, in una parola, quasi, il dannunzianesimo di marca britannica, possiede un’ironia appena avvertibile che facilita il nostro ingresso in questo mondo come non avviene con tanti altri prodotti della penultima fine secolo. Al modo di un attore brechtiano, lo scrittore mantiene un certo distacco dalla sua materia, mentre la porge, la guarda per così dire, criticamente. Come ricordò il suo contemporaneo G.B Shaw, Oscar Wilde era irlandese, e quindi per quanto si atteggiasse a membro di quella società, guardava sempre gli inglesi dall’esterno, senza identificarsi con loro fino in fondo (“gli inglesi mi hanno condannato a parlare la lingua di Shakespeare”, scrisse a Edmond de Goncourt). L’errore fatale lo commise l’unica volta in cui si dimenticò di questo, pretendendo di comportarsi come un gentiluomo offeso e trascinando un potente aristocratico in Tribunale. L’Establishment reagì colpendolo senza pietà, fino a distruggerlo. Proprio l’accanimento con cui il romanziere che aveva proclamato “tutta l’arte è completamente inutile” fu chiamato alla sbarra a giustificare brani e pagine intere della fiaba che aveva inventato, fece capire come sarebbero andate a finire le cose.
Apologo gonfiato, repertorio di bon mots, grand-guignol, tutto si è detto per mettere in discussione la qualità del Ritratto di Dorian Gray : ma il pubblico non si è mai posto di questi problemi. Tradotto in tutte le lingue, il romanzo non ha mai cessato di essere in stampa, e le sue riduzioni spettacolari non si contano. Un ricercatore inglese, Robert Tanitch, ha elencato in un volume del 1999 dieci film, di cui sei muti (danese, 1910; americano, 1913; russo, 1915 –con Vsevolod Mejer’hold come Lord Henry, e un’attrice in abiti maschili come Dorian-; Inglese, 1916; ungherese, 1918). Tra Londra e New York si registrano non meno di 22 adattamenti di Dorian Gray per il teatro di prosa, commedie e monologhi, tra il 1910 e il 1999, quasi tutti per la verità deludenti, compreso uno firmato da John Osborne che viene ripreso ogni tanto. Per la TV inglese, americana e tedesca il romanzo è stato ridotto almeno otto volte (una, nel 1961, con Gorge C.Scott come Lord Henry, un’altra, nel 1976, col già venerando Sir John Gielgud nella stessa parte). Ci sono almeno cinque opere liriche e nove balletti. E il musical di Tao Russo attualmente (2004) in tournée per l’italia nella sua seconda stagione ha almeno sette precedenti, quasi tutti americani, più uno ungherese.
Insomma, quando Wilde concluse una lettera a uno dei giornali che lo attaccavano con la preghiera di farla finita e di lasciare il suo libro “all’immoralità che si merita”, scherzava in tono paradossale; ma come gli capitava spesso, appunto quando scherzava in tono paradossale, aveva ragione.

martedì 13 maggio 2008

La Rivoluzione


Ho visto una formica in un giorno freddo a triste donare alla cicala meta delle sue provviste, tutto cambia: le nuvole, le favole, le persone.

La formica si fà generosa, è una Rivoluzione.

domenica 11 maggio 2008

Vi delizio con uno spezzone di ciò che dirò nell'orale


Gustav Klimt e la Secessione

Fra i promotori della Secessione viennese, Gustav klimt è senza dubbio la personalità più alta della pittura Art Nouveau.
Nato a Baumgarten il 14 luglio 1862, studio alla scuola di arti figurative di Vienna dal 1876 al 1883 e assieme al fratello ed a un comune amico, dette vita, gia dagli anni della scuola, a un nucleo artistico che si occupava di decorazioni. Gli insegnamenti ricevuti del resto avevano una finalità più connessa ad un uso immediato, anche di tipo artigianale, rispetto a quelli successivi impartiti all’accademia di belle arti. Ottenne immediatamente fama e nel 1897 fu il principale esponente della Wiener secession, di cui fu anche il primo e più prestigioso presidente. Klimt fu anche particolarmente attivo nella collaborazione a “Ver Sacrum” la rivista ideologica della Secessione. Nel 1903 visitò Ravenna in due diverse occasioni, ne rimase suggestionato a tal punto da influenzare il proprio stile e le proprie scelte espressive. Nel 1912, infine, divenne presidente dell’unione Austriaca degli artisti. La sua ultima attività coincise con gli anni della prima guerra mondiale, fu in quegli anni infatti che Klimt, che incarnava lo spirito stesso dei fasti dell’impero austriaco destinato, almeno in apparenza, ad un’eterna prosperità , morì, il 6 febbraio 1918 per gli esiti d’un ictus cerebrale che lo aveva semiparalizzato.
Con lui andremo a vedere l’evoluzione dell’immagine della donna a seguito dei forti cambiamenti sociali che stavano avendo luogo in quel periodo storico.
Partiamo con una panoramica della donna nell’arte.



LE DONNE FATALI
La femme fatale ripropone il tipo, ricorrente nella cultura occidentale, della tentatrice sensuale e distruttiva, di una donna pericolosa per l'uomo proprio in virtù del suo potere di seduzione. Bella, affascinante, crudele, bramata e odiata, ella è la personificazione della sessualità, l'emblema dell'amore carnale, della passione e dell'istinto, di un'area dell'anima dove non regnano più la ragione e la luce dell'intelletto, ma l'irrazionalità, le pulsioni istintuali, la notte arcaica. La femme fatale è protagonista dell'iconografia dell'età del Decadentismo. Espressione di una natura che, non dominata completamente dall'uomo, crea ma anche distrugge, dietro di lei si nasconde il fantasma di una potente Gran Madre primordiale che, allo stesso tempo benevola e crudele, come lei affascina e annienta. Klimt renderà ampiamente omaggio a questa visione della donna nella sua opera, in Giuditta I e II. Ma il primissimo accenno a quest'intenzione nell'ambito della pittura klimtiana si trova nella Fanciulla di Tanagra, con il suo abito a fiori stilizzati, la chioma preraffaellita e l'occhio cerchiato d'ombra. Klimt la dipinse nel 1890, tra le decorazioni del Kunsthistorisches Museum.E' la Donna che si fa gioco dell’uomo, anzi se ne nutre, gareggiando con lui in astuzia e crudeltà e vincendo grazie a un’arma invincibile: quella della seduzione, dello sguardo che avvince e cattura. L’inventore di questo prototipo è probabilmente Procopio, cronista bizantino che nei suoi Anekdota racconta i fasti (con relativi nefasti: dipende dai punti di vista) dell’Imperatrice Teodora. Una ex ballerina che Giustiniano, sovrano di Bisanzio, ricopre con la porpora imperiale facendola sua sposa. Ed eccole, le donne fatali dell’Impero d’Oriente, del quale accompagnano la plurisecolare decadenza: misteriose nello sguardo magnetico che saetta dagli occhi; seducenti nelle movenze feline di un corpo esperto nelle più raffinate tecniche erotiche; spietate nell’esercizio della crudeltà, finalizzata a sostituirsi all’uomo per impadronirsi della cosa che più affascina queste deliziose tentatrici: il potere. Il parallelismo delle donne fatali fin de siècle con Teodora e le cortigiane di Bisanzio non è casuale: la danza, raffigurata attraverso l'immagine del corpo sinuoso della danzatrice, sarà uno dei temi ricorrenti del movimento Art Nouveau. La femme fatale è un'icona della Secessione e dell'Art Nouveau: avviluppante ed insidiosa, di fronte a lei è impossibile resistere. Le sue movenze ed i suoi sguardi sono allusivi e voluttuosi, l'effetto che produce è quello del vino, delle droghe e dei veleni. Il suo è un "fascino fatale" E' un'evoluzione del ruolo della donna nell'immaginario maschile nell'età in cui comincia il percorso dell'emancipazione femminile, in una società ancora permeata di puritanesimo. Questo mutamento di percezione avrà la sua eco nell'arte figurativa, in cui la donna angelicata (ispirazione dei Preraffaelliti come Dante Gabriel Rossetti e Burne-Jones) si trasforma nella fatale donna-vipera klimtiana.Questo tipo di donna affascina intensamente Klimt e i suoi compagni secessionisti. L’età della Secessione è "un'epoca di donne fatali", in cui le donne "peccatrici", "dominatrici", "seduttrici" non sono più additate al pubblico e alla compassione della morente società borghese dell'Ottocento, ma venerate come dee e idoli di una cultura nuova, più libera e insieme schiava delle sue grandi passioni, in un’Europa che cambia volto.


LA DONNA-MADRE, DIVINITA’ ANCESTRALE
Nell'arte e in letteratura è frequente la testimonianza dell'amore e del trasporto verso la madre: una madre che per tutto il Medioevo e fino al Seicento si confonde e trasfigura con l'immagine sacra della Madonna.Questa presenza della figura materna così insistente e costante, nella pittura che fino al Novecento è campo d'azione prevalente degli uomini (e anche i committenti sono uomini: principi, cardinali, re e papi o anche ricchi borghesi) non si spiega se non con una presenza ancestrale della madre nell'immaginario maschile. Una presenza che Klimt rielabora ed esplora attraverso una poetica tutta sua. Il doppio volto dell'archetipo materno, che la psicoanalisi ha definito come un'immagine centrale del nostro inconscio, è il tema del racconto visivo che Klimt compone nel Fregio di Beethoven del 1902: un cavaliere-artista che, incoraggiato da muse protettive, parte per raggiungere la Poesia rappresentata da una musicale fanciulla, ma deve prima attraversare il regno del male abitato da mostri e donne perverse. Il giardino finale, dove si celebra l'abbraccio tra il Cavaliere e la sua donna, è un universo tutto femminile abitato da fanciulle-fiore, dove l'eroe compie infine il suo destino: abbracciare la Poesia, ritrovare la donna del suo cuore. Klimt ci dice così che dal Femminile nulla può prescindere, anzi, tutto procede: nasciamo dalla Donna e, orfani dell'abbraccio materno, spendiamo per conquistarla tutta la nostra energia e la nostra forza, in un confronto con le forze del Male che hanno anch'esse forma e origine femminile. La donna come primo e ultimo pensiero.Non sappiamo quando la razza umana iniziò a venerare la Dea Madre (spesso identificata con la Terra stessa), genitrice di tutte le creature e quindi anche dell'essere umano. Sappiamo però che veniva adorata e le venivano dedicate cerimonie e fatte offerte votive come ringraziamento. La testimonianza più antica che sia stata trovata, dedicata alla dea, é una statuetta di pietra chiamata la Venere di Willendorf, che prende il nome dal luogo nel quale venne rinvenuta. Un piccolo monumento dell'Età della Pietra con ampi fianchi e grossi seni come per indicare l'abbondanza e la grande capacità di procreare. Ma ci sono altri esempi di statuette della Dea Madre anche se non antichi come la Venere di Willendorf. Alcune statuette antropomorfe che sembrano collegate alla dea sono quelle trovate durante gli scavi archeologici in Bulgaria in quel territorio che era dei Traci. La presenza di figure dai connotati simili in molte religioni e mitologie indica l’importanza dell’immagine femminile “divinizzata”, soprattutto per le sue capacità di genitrice. E se questa suggestione ancestrale per secoli aveva potuto manifestarsi in Europa solo nella rappresentazione cristiana della Natività e in scene di vita quotidiana, la riscoperta dell'arte primitiva scatena le energie degli artisti europei tra Ottocento e Novecento. In un clima artistico che rielabora la figura materna in chiave di "divinità ancestrale", nascono opere come Le cattive madri (1894) di Giovanni Segantini, che avrà una certa influenza su Klimt. La figura della donna-madre è celebrata da Klimt e dalla Secessione in numerose opere, ed è anzi vista come l’unica speranza in un mondo che attende di essere stroncato dal germe della devastazione. Il dipinto noto come Speranza I (1903) rappresenta una donna incinta nuda con molto realismo, accostata a una mostruosa creatura serpentiforme, un drago terrificante e minaccioso. Il velo azzurro dietro la donna gravida e la striscia rossa che passa dietro il drago richiamano l’acqua e il sangue collegati alla nascita, mentre nella fascia in alto uno spettro e altre creature demoniache, le tre Parche, intonano il loro silenzioso coro di morte. Klimt riprenderà più volte il tema della maternità, sia in dipinti d’ispirazione tradizionale come Madre con figli (1910), sia in opere altamente simboliste come Speranza II (1907-1908) ma soprattutto “Le tre età della donna”, forse la sua raffigurazione più splendida e squisita dell’ideale stesso di Maternità.


LE VISIONI FEMMINILI KLIMTIANE
Chi si avvicina per la prima volta alla pittura di Klimt non può che essere colpito dalla quasi esclusività dei soggetti femminili nella sua produzione, salvo rare eccezioni. Sono tempi in cui la scoperta del Femminile è al centro del vortice di passioni che sconvolge il "vecchio continente". L'arte scopre la donna, una donna che fiorisce. Klimt è in piena sintonia con l'indirizzo artistico del suo tempo. La donna è al centro del suo impegno creativo, del suo pensiero, e non si limita ad eleggere le donne a protagoniste della sua opera, ma nei suoi ritratti ce le mostra più squisite di quello che sono, le abbellisce aldilà di qualsiasi pretesa realistica. Non segue la tendenza: la inventa, la anticipa. Certamente è in qualche modo in debito con i Preraffaelliti, almeno agli inizi. Dall'influenza preraffaellita Klimt si riscatta tuttavia molto presto, anzi la rielabora in una cifra stilistica personalissima. Così le donne klimtiane sono presto uniche, ognuna irripetibile nel suo fascino: le dame dell'aristocrazia viennese dei suoi ritratti, le figure femminili dei suoi dipinti simbolisti, quasi sempre bellissime, talora orrende (come alcune delle "forze ostili" nel “Fregio di Beethoven”, come l'immagine della vecchiaia nelle “Tre età della donna” ) ma sempre dotate d'una forza, di un carattere che le eleva ad assolute protagoniste. Klimt rivela una dimensione della femminilità ben più tremenda nella sua interpretazione del mito biblico in “Giuditta I e II, ove egli celebra la terribile donna tagliatrice di teste, ma saprà raccontare anche l'incontro tra Maschile e Femminile. Questa ambizione suprema è celebrata nel Fregio di Beethoven e nel “Fregio Stoclet”, in cui la donna è colei che attende l'uomo, lo accoglie e lo redime (la Poesia che attende il Cavaliere nel Fregio di Beethoven, la figura femminile protagonista dei pannelli L'attesa e L'abbraccio nel Fregio Stoclet). Nel quadro “Il bacio”, forse l'opera più nota di Klimt, è finalmente la donna ad arrendersi alla passione dell'uomo, in una sorta di "riconciliazione amorosa" tra i sessi, un momento di abbandono a lungo atteso e posticipato. Qui la donna non è più Nemica o Assassina, ma è finalmente l'Amante desiderata e conquistata.
Opere Importanti da analizzare:


GIUDITTA 1
Giuditta è la biblica eroina che sedusse e decapitò Oloferne per salvare Betulia, la sua città e per questo assunse il simbolo della virtù femminile. Il dipinto Giuditta I, che inaugura il "Periodo Aureo" in cui l'oro diventa elemento dominante dei quadri dell'artista viennese, è chiaramente una rappresentazione dell'archetipo femminile klimtiano. Qui Giuditta è rappresentata come un genere di donna contemporanea, una dama della decadente società viennese, come testimonia anche il prezioso collare allora di moda. Con questo dipinto l'artista ha ideato il genere della femme fatale molto prima che Greta Garbo o Marlene Dietrich lo incarnassero e venisse coniato il termine "vamp". Altera e sprezzante ma allo stesso tempo enigmatica, essa ammalia lo spettatore, l'uomo, con il proprio fascino.Non vi è dubbio che la scelta di un soggetto come Giuditta è per Klimt simbolo della punizione inflitta dalla donna all'uomo che egli deve espiare con la morte: è la donna tagliatrice di reste in cui si congiungono Eros e Morte in sintonia con il clima dell'epoca. Il tema della "grande seduttrice crudele" è un luogo comune della letteratura e delle arti visive tra il 1890 e il 1904, una vera e propria ossessione su cui indugia l'intelligenza europea.Il suo corpo rosato appare come un gioiello incastonato tra altri gioielli in un'icona bizantina. Tutta una tradizione remota assimila il gioiello al segno della regolarità, ma anche al simbolismo elementare del femminile: le pietre come acqua solidificata di cui conservano la trasparenza e il riflesso luminoso, i metalli come energia cosmica condensata nel grembo della terra-madre alla quale appartengono. In tutta la letteratura della seconda metà dell'Ottocento, l'associazione tra gemme, metalli preziosi e femminilità demoniaca appare inevitabile. Klimt estenderà la metallizzazione dello scenario anche ai ritratti che oramai saranno solo di donne: è una celebrazione ambivalente della bellezza femminile, dove i paramenti preziosi del suo trionfo sono anche la sua prigione, e dove, murati nella sua piatta parete di gemme, volto e mani acquistano una qualità iper reale e una tensione che la fissità bidimensionale della superficie ornata esalta a dismisura.La Giuditta di Klimt rappresentò una vera provocazione per quella classe sociale che in altri casi aveva accettato le trasgressioni dell'artista, cioè la ricca borghesia ebraica. Questa volta Klimt aveva infranto un tabù religioso. Pareva impossibile che il pittore, con quella donna dalle palpebre abbassate e dalle labbra socchiuse quasi fosse immersa in un'estasi erotica, avesse inteso rappresentare la pia vedova ebrea che, senza provare alcun piacere, aveva portato a termine il tremendo compito affidatole dal Cielo: la decapitazione del malvagio Oloferne. Era certamente Salomè la "tagliatrice di teste" a cui Klimt si riferiva, la tipica "bella assassina" che già aveva affascinato così tanti artisti e intellettuali del tempo. E infatti nei cataloghi e negli articoli delle riviste sempre più spesso i dipinti di "Giuditta" apparivano con il titolo modificato di "Salomè". Che Klimt avesse deliberatamente voluto rendere Giuditta con le fattezze di Salomè, non possiamo saperlo, in ogni caso egli ha ritratto una fiera e bruciante rappresentazione dell'Eros e dato vita all'immaginario moderno della "donna fatale": una visione che esprimerà ancora, con rinnovata potenza, in “Giuditta II”.


GIUDITTA 2
Questa volta Klimt dipinge Giuditta II mantenendo le distanze dalla leggenda che per la prima versione gli aveva procurato tanta ostilità. Ma, come nel caso del primo dipinto risalente al 1901, sorge la questione se si tratti di una Giuditta che ha impiegato le proprie arti seduttive per far cadere Oloferne in un tranello mortale oppure di una Salomè che chiede la testa del Battista perché egli non ha ceduto al suo fascino (anche perché questo dipinto è spesso apparso nei cataloghi col titolo Salomè). Insomma, ancora una donna fatale? L'ondeggiare del corpo e dell'abito trasmette l'idea della danza, allo stesso tempo qui appare soprattutto rappresentata una donna della decadente società viennese che si è abbandonata alla propria passione. Ella pare un uccello multicolore che sminuzza e divora la preda preferita (l'uomo), prigioniera in una gabbia dalla quale non può fuggire. Il formato del dipinto è allungatissimo, il decorativismo è esasperato: l'opera è una sorta di arazzo variopinto in cui risalta l'isterismo delle mani bellissime e febbrili che si aggrappano alla gonna, il movimento nervoso delle braccia sottili coperte di gioielli. Di fronte a un dipinto come questo, è inevitabile interrogarsi non tanto sulla qualità dell'esecuzione tecnica - che in Klimt è indiscutibile - ma sull'interpretazione del messaggio che l'artista affida alla tela. Un messaggio che si esprime non tanto nella sfida al tempo che caratterizza la stragrande maggioranza delle opere d'arte, bensì in un viaggio fuori dal tempo, alla scoperta di un'icona, di un mito, quello della donna tagliatrice di teste.In Giuditta II, Klimt riesuma l'icona della tagliatrice di teste, ma senza evocare l'atto della decapitazione di Oloferne: la testa del conquistatore assiro è questa volta in disparte, pare sprofondare tra i tessuti lussureggianti dello sfondo come in un pozzo. La decapitazione, il sangue, la morte violenta, noi non li vediamo: sono cose già avvenute, ovvie, e Klimt sapientemente non ci mostra ciò che già sappiamo e abbiamo visto in altre opere.Dunque Klimt costruisce un dipinto il cui unico obiettivo è l'evocazione del mito di Giuditta, o di Salomè, un'opera che non racconta una storia, non coglie l'attimo, ma esprime un'angoscia che fa parte del nostro subconscio. La morte di Oloferne qui è un assunto, è già diventata un'icona dell'immaginazione collettiva che Klimt impreziosisce, perfeziona. E infatti questo dipinto racchiude, sintetizza le visioni di tutti gli artisti che lo hanno preceduto e ci mostra la decapitatrice in preda alla nevrosi, con le mani stravolte dall'isteria, forse alle prese con i turbamenti e le angosce del delitto, forse insoddisfatta: l'agonia del morto non è bastata a placarne la furia di femme fatale spietata, incattivita. Senza l'inquietante dolcezza della voluttà appagata che soffondeva l'opera precedente, questa nuova Giuditta rivela l'isteria che la consuma, e incede sottraendosi a ogni rapporto diretto con l'osservatore, catturata nelle trame del proprio arazzo come un animale selvatico prigioniero, crudele e ribelle. Questa Giuditta non è semplicemente la trionfatrice che conquista un trofeo, ma una creatura angosciata, contorta e spezzata.

sabato 10 maggio 2008

1890


Bè che dire.. nel 1890 ci furono i seguenti avvenimenti:



Fondazione della rivista letteraria Mercure de France di Alfred Vallette


Il Congresso americano emana lo "Sherman Antitrust Act", la prima legge antitrust del mondo


Il massacro di Wounded Knee nel South Dakota chiude definitivamente la tragedia delle guerre indiane nel Nord America


Inaugurazione del Canale Vacchelli, una delle maggiori opere idrauliche del Nord Italia


In questo anno e nei primi del Novecento, Giovanni Vacchetta eseguì disegni riguardanti l'area piemontese, con un'attenzione specifica per i particolari decorativi


6 maggio - A Barcellona viene fondata la congregazione delle Suore Agostiniane Missionarie


27 dicembre - Primo incontro ufficiale della squadra di rugby dei Barbarians


Isolato per la prima volta l'
acido azotidrico da Theodor Curtius


Uscì la prima edizione del romanzo di Oscar Wilde Il ritratto di Dorian Gray

venerdì 9 maggio 2008

Nel covo della Serpe


Entrambi entraron con spavalderia ma aime nessun dei due pote far niente.

Si sederon i temerari li nell'orde in campo nemico, l'attesa venne loro consigliera prima del tumulto. Lì nel covo la Serpe tramava pronta a lanciar contro i due sventurati fiotti di veleno denso, caldo. intorno a loro il nulla si riempi di scuro ed opprimenti ombre si uniron al potere della Serpe, un tenue barlume baluginava nel candor d'una parola vuota, lì all'ombra della Serpe.

Stenue difesa, inutile lotta

Gli oppressi corsero via lontano e lì, nel vagar, trovaron la parola vuota e ad essi fu riportata spernza, povera piccola, temuta già morta. Fù allor che essi, sfiancati, andaron verso i compagni a portar lieta novella e fugace sconfitta.


Racconto metaforico d'una giornata orribilmente massacrante

Mel

Vita Eterna

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