mercoledì 14 maggio 2008

Il Ritratto di Dorian Gray (secondo me.



Qualcuno definì una volta -il Ritratto di Dorian Gray- come “il solo romanzo [Inglese, s’intende] degli anni novanta [milleottocentonovanta, beninteso] che tutti hanno letto”.
In effetti, il racconto che Oscar Wilde buttò giù quasi controvoglia, su commissione, per una rivista americana, e che in un secondo tempo allargò per ristamparlo a Londra in un volume singolo –che la critica del tempo accolse con perplessità, se non addirittura in qualche caso, come si vedrà, con orrore- non ha mai visto decrescere la sua popolarità, e il suo tema principale è diventato addirittura proverbiale.
C’è bisogno di ripeterlo ancora ?
Un pittore riproduce sulla tela le fattezze di un adolescente di meravigliosa bellezza ed innocenza. Il risultato è un capolavoro, ma un amico deplora il fatto che mentre questo custodirà per sempre inalterato il momento magico, il suo oggetto è condannato, invece, a invecchiare e a corrompersi. Solo l’opera d’arte, infatti, è eterna e incorruttibile. Nella celeberrima Ode a un’Urna Greca il poeta John Keats, precursore di quel cosiddetto movimento estetico di cui Oscar Wilde stesso era stato l’ultimo e il più chiassoso divulgatore, parlava proprio di questo: il pastorello colà raffigurato è condannato a non raggiungere mai la sua innamorata, in compenso sia lui sia lei rimarranno nel fiore degli anni, appassionati e leggiadri, per sempre. Non potrebbe però, per una volta, darsi il contrario, si domanda imbronciato il giovane Dorian ?
E il miracolo si compie.
Il ritratto, che è stato donato a Dorian dall’artista, cambia e continua a cambiare, mentre il ritratto si mantiene impossibilmente fresco e avvenente malgrado il tempo che passa. Questa è la situazione di base, suggerita, vuole una leggenda, a Wilde stesso dalla visita allo studio di un pittore amico suo, a nome Besil Ward (lo Hallward del romanzo). Sviluppandola, Wilde immaginò che sul ritratto comparissero con evidenza sempre maggiore oltre ai segni della normale usura del tempo anche quelli dei peccati segreti del protagonista.
Nell’età vittoriana, come si sa, gli eccessi facevano invecchiare molto più prematuramente e flagrantemente di oggi; non esistevano personal trainer né chirurgia plastica, chi poteva permetterselo si nutriva troppo e si muoveva pochissimo: figuriamoci le tracce che potevano lasciare vizzi peggiori. Quali vizzi, però ? qui si trattava di vizzi molto speciali e raffinati. Dorian Gray non è un gaudente dozzinale, a Oscar Wilde la volgarità non interessava. Le autoindulgenze del suo protagonista, sia pure lasciate in gran parte nell’indetrminatezza (col rischio di deludere noi moderni voyeur insaziabili) sono, almeno in origine, di natura estetica. Wilde colloca il suo eroe sotto l’influenza di un uomo più anziano, Lord Henry Wotton, colto, cinico e brillante, un edonista ed un immoralista che insegnava al ragazzo come assaporare fino all’ultima goccia la vita nei suoi aspetti più prelibati. In particolare, Lord Henry mette in mano a Dorian un libro francese dalla copertina gialla, in cui sono descritte le estrose e tal volta stravaganti esperienze di un altro giovane, parigino, ricco, indipendente e estenuato, deciso a fare della propria esistenza un’opera d’arte. Affascinato -addirittura avvelenato, dice Wilde-, Dorian diventa cosi un gourmet intellettuale, ma anche un’egoista privo di scrupoli, pronto a sacrificare chiunque per il proprio piacere.
Wilde, il quale una volta scrisse a un corrispondente “Besil Hallward è come sono io; Lord Henry Wotton è come il mondo crede che io sia; Dorian gray è come vorrei essere –in altre età-, forse”, diede risposte contrastanti a chi lo interrogava sulla identità di questo libro francese, innominato nella versione a stampa del romanzo ma prima, in quella manoscritta, avente un titolo e un autore entrambi di fantasia (le secret de Raoul, di “Catulle Sarrazin”). Il più delle volte ammise però di aver pensato a –A Rebours- ( “A Ritroso”) di Joris-Karl Huysmans, uscito nel 1884, dove la situazione del protagonista Des Esseintes corrisponde a quella imitata da Dorian, anche se poi Wilde non lo segui alla lettera, inventando episodi colà inesistenti. Huysmans (1848-1907), che si autodescrisse come “un hollandais putrefié de parisianisme”, spia con freddezza un uomo desideroso, come dice Wilde, “di vivere le esperienze di tutti i secoli eccetto il suo”, e aggirantesi tra profumi, pietre rare, libri esoterici, personaggi storici dalla fama ambigua, dipinti di artisti particolari come Gustave Moreau (Des Esseintes possiede una delle versioni della danza della perversa principessa Salomé), ecc… Lungo un percorso che tocca vari capisaldi del gusto del Decadentismo.
Che Dorian voglia realizzare gli ideali letti in un libro è in sintonia con l’idea wildiana espressa nel dialogo “la decadenza della menzogna” raccolto in Intenzioni (1891), secondo cui la Natura, ovvero la Vita, imita L’Arte. Qualcosa di simile si sarebbe potuto dire anche a proposito del rapporto di Wilde stesso con Bosie alias Lord Alfred Douglas, il biondo e raffinato ventunenne conosciuto dopo l’uscita del romanzo, al quale l’esteta si affezionò smodatamente, e del quale recito la parte del mentore. Tuttavia i sostenitori del contrario, ossia della tesi più scontata, secondo cui è piuttosto L’Arte che porge lo specchio alla Natura (lo dice anche Amleto, ma, osserva Wilde, quando si fingeva pazzo), hanno anch’essi argomenti a loro favore.
Alla luce di quanto poi accadde, è sostenibile che nella vita fu Bosie a corrompere Oscar, e non il contrario. E poi, almeno un Dorian Gray esistette anche prima del romanzo: un poeta nato nel 1866 e di straordinaria avvenenza fisica, che per soprammercato di cognome faceva proprio Gray (e John di nome, anche se per un po’ si firmò scherzosamente Dorian nelle lettere che scrisse a Oscar e ad altri). Questo John Gray, che Wilde nomina in De Profundis quando rinfaccia a Bosie di averlo distolto dalla frequentazione di altri giovani intellettualmente più stimolanti di lui, era un ragazzo di origini modeste e largamente autodidatta (non quindi un mezzo aristocratico come il Dorian del libro), impiegato al Foreign Office, che però grazie al suo talento si era fatto conoscere dai suoi ambiziosi coetanei letterati d’avanguardia, in particolare dal gruppo del Rhymers Club, di cui facevano parte J.B.Yeats, Arthur Symons, Lionel Johnson e altri.
Il suo nome è legato ad un libro di versi, Silver points, elegantissimamente stampato nel 1893 in una veste concepita dall’artista Charles Ricketts. Quando il volumetto usci, John Gray aveva d’altro canto interrotto i raporti con Wilde, anche perche strettamente legato a André Raffalovich, un ricco esteta di origine russa che a Wilde aveva giurato inimicizia (è di lui e delle sue pretese cultural-moderne che Wilde disse, con una battuta riciclata proprio in Dorian Gray, “ha tentato di aprire un salon, ma ha aperto un saloon”). Il resto della vita di John Gray segna un altro punto a favore dell’inventiva della Vita. Poco tempo dopo aver pubblicato Silver points, il giovane ebbe una crisi religiosa, entrò in seminario a Roma, diventò sacerdote cattolico e gesti fino alla morte una piccola parrocchia di Edimburgo, dove diede esmpio di abnegazione e di illuminata moralita (l’amico Raffalovich lo segui nella città nordica e vi apri un altro accogliente salon).
Ma torniamo alla nascita di Dorian Gray. Durante un viaggio a Londra J.M. Stoddart, direttore della Lippincot’s Monthly Magazine, pubblicazione americana di buona diffusione su ambo le sponde dell’Atlantico, chiese un racconto lungo di genere un po’ sensazionale a ciascuno dei due promettenti scrittori della nuova generazione. Uno, Arthur Conan Doyle, gli mandò –Il Segno dei Quattro-, secondo episodio della saga di Sherlock Holmes dopo –Uno studio in Rosso-. L’altro, Oscar Wilde, propose Dorian Gray, che come storia aveva gia raccontato agli amici –una sua specialità era infatti inventare apologhi a braccio, spesso a carattere paradossale. Qualcuno di questi raccontini, che di solito morivano lì, fù riutilizzato, come la versione wildiana della storia di Salomé, con la principessina che chiede la testa di Giovanni non perché istigata dalla madre, ma proprio perché la vuole lei: innamorata del Battista che la respinge, brama di baciarlo in bocca. Wilde la inventò o finse di inventarla una sera a Parigi, a beneficio di confrères francesi, quindi appena rientrato in albergo la buttò giu in fretta, a matita ed in forma drammatica, su un quaderno scolastico che aveva per caso, di quelli a righe con la copertina lucida nera e le pagine bordate in rosso (oggi è tra i tesori della collezione Bodmer a Ginevra).
Di Dorian Gray, quando lo ripescò dalla memoria per l’editore della Lippincott’s, accentuò probabilmente l’aspetto di Thriller. Poi però, al momento di scrivere, si trovò a mal partito: non aveva mai affrontato un romanzo.
“Temo sia un po’ come la mia vita, tutto conversazione e niente azione”
Scrisse ad un’amica subito dopo averlo terminato: “i miei personaggi se ne stanno seduti in poltrona e chiacchierano”
Prima aveva tentato di convincere l’editore ad accettare un testo più breve di quello che si era impegnato a fornire, ma il committente gli aveva risposto telegrafandogli di aver bisogno di almeno centomila parole (la parola e non la battuta è l’unità di misura nell’editoria anglosassone). Wilde telegrafò a sua volta: “Non esistono centomila belle parole nella lingua inglese”.
Quando il racconto uscì, sul numero del 20 giugno 1890, occupava 97 pagine della rivista. Per l’edizione in volume, pubblicata l’anno dopo, Wilde lo ampliò, aggiungendo 6 capitoli –il terzo, il quinto, il quindicesimo, il sedicesimo, il diciassettesimo e il diciottesimo- e dividendo l’ultimo in due. Nella versione definitiva i capitoli sono dunque 20, più una prefazione consistente in una serie di epigrammi in cui Wilde ribadisce polemicamente pro domo sua, sotto il tono paradossale, quell’indipendenza dell’Arte dalla Morale che era stata un po’ un manifesto di tanti scrittori anti-borghesi, soprattutto in Francia, come Gautier, Baudelaire, Flaubert.
Rispetto alla prima versione spicca soprattutto la descrizione della famiglia di Sibyl Vane, e in particolare la presentazione del fratello marinaio della giovane attrice, personaggio che prima non esisteva e che adesso invece tenta di fare giustizia di Dorian durante una battuta di caccia. Altre aggiunte riguardano i “peccati” di Dorian, trasgressioni che con più efficacia sulla Lippincott’s venivano lasciate quasi totalmente alla fantasia del lettore. Adesso Wilde per illustrare le manie di collezionista del cacciatore di piaceri insoliti ricorse a vecchie letture, recuperando brani della recensione che aveva fatto una volta ad una storia del merletto, o attingendo ad un catalogo delle pietre rare al South Kensington Museum. Per offrire esempi di perversioni più esecrabili, fece anche entrare Dorian in una fumeria d’oppio; il peggio tuttavia continuò a non specificarlo, ma al massimo ad alludervi oscuramente, soprattutto atraverso le reazioni dei personaggi. Inoltre aggiunse qualche aforisma, e qua e là migliorò la forma. Attenuò, anche, alcuni passi che rischiavano di rendere troppo esplicito il tema dell’omosessualità. Dal racconto di Basil Hallward sul suo primo incontro col giovane eliminò una frase che diceva “Sapevo che se avessi rivolto la parola a Dorian gli sarei diventato assolutamente devoto, e che non avrei dovuto parlargli”. Più avanti il pittore rivide Dorian dopo molti anni (nella prima versione questo accade quando Dorian ne ha trentadue, nella seconda, trentotto) e gli rinfaccia accoratamente i pettegolezzi che ha ascoltato sul suo conto, facendo tra l’altro una lista di giovanotti rispettabili che a quanto pare hanno incontrato una brutta fine per colpa sua. La versione della Lippincott’s si ferma qui, ma per evitare cattive interpretazioni quella in volume contiene a questo punto una risposta di Dorian in cui tali fini vengono spiegati rapidamente caso per caso (quello ha la moglie debosciata, quell’altro falsifica le firme sugli assegni, ecc…) senza tirare mai in ballo eventuali rapporti contro natura.
Il tema dell’omosessualità, che peraltro molti avvertirono subito, doveva essere sotterraneo, nessuno dei personaggi risultando esplicitamente gay –Lord Henry ha una moglie ufficiale, benché ad un certo punto ne venga abbandonato; Dorian è (anche) un seduttore di fanciulle, a partire dall’innocente Sibyl vane; solo al pittore Basil Hallward non si riconosce mai una partener di sesso femminile, ma si tratta di un’artista che per sua dichiarazione persegue solo la bellezza assoluta, dovunque questa si possa manifestare. Ugualmente però la versione della Lippincott’s suscitò grande scandalo in Inghilterra, e anni più tardi, quando Wilde ebbe l’imprudenza di denunciare per diffamazione Lord Queensberry, il padre di Bosie, che lo aveva pubblicamente accusato, si badi, di “atteggiarsi a sodomita” (quindi non necessariamente di esserlo, ma solo di farlo pensare) –l’avvocato di costui si servì proprio di questa redazione del romanzo per sostenere in tribunale che l’affermazione del suo cliente era perfettamente giustificata. Il patrocinatore di Wilde si oppose come poteva, tra l’altro leggendo ad alta voce il surricordato brano con i chiarimenti circa le malefatte dei giovani rovinati da Dorian, per cercare di controbattere l’effetto suscitato dalle estese citazioni del suo collega.
Fatto sta che per quanto prudente Wilde fosse stato anche nella prima versione di Dorian Gray, i malpensanti si abbandonarono immediatamente a un coro di esecrazioni con accenti che oggi sembrano poco meno che isterici. Disse tra l’altro la ST. James’s Gazette (24 giugno 1890. L’autore dell’articolo, uscito anonimo, era tale Samuel Henry Jeyes):
-Non provando curiosità per gli escrementi, e non desiderando offendere le narici delle persone ammodo, non ci proponiamo di analizzare il ritratto di Doria Gray: sarebbe un far propaganda allo sviluppo di una pruriginosità esoterica. Se il Tesoro o la Società della Vigilanza riterranno opportuno perseguire Mr. Oscar Wilde o i Messrs. Ward, Lock & Co. [i distributori della rivista americana nel regno unito], non sappiamo; ma in complesso ci auguriamo che non lo facciano.
Il problema è che un giovanotto di decente estrazione, che ha goduto (quando è stato a Oxford) l’opportunità di mescolarsi con dei gentiluomini, debba unire il suo nome (per quello che vale) a un’opera così stupida e volgare. Che nessuno la legga nella speranza di trovare arguti paradossi o provocante immoralità. Lo scrittore sfoggia la sua ricerca da quattro soldi tra i rifiuti dei Décadents francesi come un qualsiasi blaterante pedante, e vi annoia senza pietà con i suoi prosaici ritornelli sulla bellezza del corpo e la corruzione dell’Anima…-
Sentenziò il Daily Chronicle (30 giugno 1890):
-Tedio e sudiciume sono i tratti principali della Lippincott’s questo mese. L’elemento in essa che è poco pulito, benché innegabilmente divertente, è fornito dalla storia di Mr. Oscar Wilde del ritratto di Dorian Gray. È una storia nata dalla letteratura lebbrosa dei Décadents francesi; un libro velenoso, la cui atmosfera è pesante dei mefitici odori della putrefazione morale e spirituale; un compiaciuto studio della corruzione mentale e fisica di un giovane fresco, bello e dorato, che potrebbe essere orribile e affascinante se non fosse per la sua effeminata frivolezza, la sua studiata insincerità, il suo teatrale cinismo, il suo chiassoso misticismo, il suo frivolo filosofeggiare, e il contaminante percorso di sgargiante volgarità che aleggia sopra tutto l’elabborato estetismo da Wardour Street di Mr. Oscar Wilde e la sua faticosamente economica erudizione…-
E lo Scots Observer (5 luglio 1890):
-…La storia, che tratta materia adtta solo al Dipartimento di Investigazione Criminale o a un’udienza a porte chiuse, è vergognosa sia per l’autore sia per l’editore. Mr.Wilde possiede cervello e arte e stile; ma se non riesce a scrivere altro che per aristocratici fuorilegge e fattorini del telegrafo pervertiti, prima si dedicherà alla sartoria (o a qualche altro mestiere decente), meglio sarà per la sua reputazione e per la pubblicas morale.-
L’allusione agli aristocratici fuorilegge e ai pervertiti degradati rimandava al notorio scandalo di Cleveland Street dell’agosto 1889, quando una irruzione della polizia aveva trovato in un appartamento sito in quella strada fattorini del vicino ufficio postale in atto di prostituirsi a clienti appartenenti alla nobiltà nonché, si disse (ma non emersero nomi), uomini politici.
Da questi attacchi Wilde si difese con energia, inviando ai giornali che li avevano ospitati e magari ispirati diverse lettere in cui spiegò con ironia e urbanità, e persino con pazienza. Alla St. James’s Gazette scrisse, in particolare:
-…Il povero pubblico, apprendendo da un’autorità così alta che questo è un libro malvagio, quale un governo Tory dovrebbe sequestrare e sopprimere, correrà indubbiamente a leggerlo. Ma, ahimè ! Troverà che si tratta di una storia con una morale. E la morale è questa: Ogni eccesso, così come ogni rinunzia, reca il proprio castigo. Il pittore Basil Hallward, che venera troppo la bellezza fisica, come la maggior parte dei pittori, muore per mano di uno nella cui anima ha creato una vanità mostruosa e assurda. Dorian Gray, che ha condotto una vita di mera sensazione e piacere, cerca di uccidere la coscienza, e in quel momento uccide se stesso. Lord Hanry Wotton cerca di essere semplicemente uno spettatore della vita. E scopre che chi respinge la battaglia rimane ferito più profondamente di chi vi prende parte. Sì; c’è una terribile morale in Dorian Gray; una morale che i pruriginosi non riusciranno a trovarvi, ma che sarà rivelata a tutti coloro la cui mente è sana. È un errore artistico questo ? Io ho paura di sì. È l’unico errore del libro.-
Walter Pater, i cui studi nella storia del Rinascimento (1873) il giovane Wilde aveva considerato la propria Bibbia estetica (anche se nella seconda edizione il solitario professore di Oxford aveva espunto dalla conclusione il famoso passo in cui esortava a “ardere come una dura fiamma gemmea” in attesa del momento perfetto, in quanto passibile di fuorviare gli studenti cui fosse potuto capitare in mano); Walter Pater si era astenuto dal recensire Dorian Gray prima versione, avendolo considerato Risqué. Ma non si tirò indietro quando uscì il volume, al quale dedicò un articolo molto meditato, che oltre a illustrare la morale del libro, come del resto aveva già fatto l’autore, gli consentiva di chiarire il proprio punto di vista, sia pure con caratteristica tortuosità.
-Intelligente sempre, questo libro, tuttavia, sembra esporre tutto meno una domestica filosofia di vita per il ceto medio; una specie di squisita teoria epicurea, piuttosto; tuttavia fallisce, fino a un certo punto, in questo; e si può capire il perché. Un vero epicureanesimo aspira a uno sviluppo completo per quanto armonico dell’intero organismo dell’uomo. Smarrire il senso morale pertanto, ad esempio, il senso del peccato e della giustizia, come gli eroi di Mr. Wilde tendono a fare con tanta prontezza, più completamente che possono, significa perdere, o degradare, l’organizzazione, diventare meno complessi, passare da un grado di sviluppo più alto ad uno più basso. Come storia, tuttavia, come storia in parte soprannaturale, è di prima qualità quanto organizzazione artistica; con quelle prelibatezza epicuree che aggiungono semplicemente al colore decorativo della sua figura centrale, come altrettanti fiori esotici, come l’incantevole scenario e le perpetue, epigrammatiche, sorprendenti, e pur così naturali conversazioni, tutt’intorno come un’atmosfera. Tutti questi piacevoli dettagli accessori, tolti di peso dalla cultura, gli interessi intellettuali e sociali, le convenzioni del momento, producono, di fatto, dopotutto, l’effetto della miglior sorta di realismo, mettendo in rilievo l’elemento soprannaturale così destramente concepito secondo la maniera di Poe, ma con una grazia che costui non ha mai raggiunto, che si sovrappone a quel precedente scopo didattico, e crea l’interessa affatto sufficiente di una eccellente storia…- (The Bookman, novembre 1891)
E così via. In seguito, quando a maggior distanza di tempo Wilde cominciò a essere studiato come un autore degno di considerazione, in Germania prima che altrove, si cercarono nella letteratura precedenti sia alla trama sia agli ingredienti principali di Dorian Gray, operazione che porta lontano con un autore come colui che oltre ad essere un lettore onnivoro, aveva teorizzato (nel “Critico come Artista”, altro saggio raccolto in Intenzioni) che l’arte più alta è quella che prende il suo materiale non dalla vita, bensì appunto dall’arte già in circolazione. In ogni il principale esempio di personaggio che vende l’anima al diavolo e che commette misfattiin più luoghi, condannato ad una vita lunghissima, Wilde l’aveva a portata, tale è infatti il protagonista di Melmoth il viandante (1820), truce romanzo gotico scritto da un suo prozio per parte di madre, l’ecclesiastico irlandese Charles Robert Maturin (1782-1824), molto ammirato tre gli altri da Balzac. Wilde, che si fece chiamare proprio Sebastian Melmoth per qualche tempo, quando si rifugio in Francia dopo avere scontato la condanna a due anni di carcere, conosceva certamente di Balzac non solo Melmoth Reconcilié a l’Eglise (1833), continuazione del libro del suo congiunto, ma anche il racconto La Pelle di Zigrino (1831), dove una magica pelle dell’animale in questione a poteri un po’ simili a quelli del Ritratto di Dorian. Un precedente del dandismo di Dorian si trova poi nel romanzo salottiero, notare il titolo, Vivine Gray (1826) di Benjamin Disraeli, poi Lord Beaconsfield. E naturalmente se si cercano paralleli all’atmosfera della Londra notturna di Wilde, con vicoli e moli immersi nella nebbia, non ci sarà bisogno d’andare più lontano di Dickens e dello Stevenson del recente (nonché molto ammirato dall’esteta) Dottor Jekyll e Mr Hyde, senza bisogno di disturbare il Victor Hugo dei Miserabili o l’Eugén Sue dei Misteri di Parigi.
Il fatto è che Wilde in tutta la sua narrativa, così come in tutto il suo teatro, non solo non pretese mai di aver inventato niente, ma anzi, fece sempre affidamento sulla familiarità del suo interlocutore con il materiale che rielaborava. La sua specialità era prendere il luogo comune e smontarlo, cosa che faceva soprattutto nella conversazione, di cui era un riconosciuto maestro. Quando disse di sé “ho messo il mio genio nella vita e solo il mio talento nell’arte”, alludeva forse proprio alla sua celebrata generosità di improvvisatore dall’arguzia incomparabile. La sua arma particolare, quella alla quale i dizionari avrebbero in seguito associato il suo nome, era il paradosso –“un paradosso wildiano”(Tullio De Mauro, Grande Dizionario dell’Uso). Il paradosso consiste nel prendere una frase fatta logorata dall’uso, un proverbio ormai accettato senza discutere, e quindi capovolgerlo –“non c’è spina senza rosa”, al posto di “non c’è rosa senza spina”. La cosa funziona se il cocetto rivoltato continua ad avere un senso; funziona al meglio se il nuovo senso sorprende con l’evidenza di una illuminazione. Wilde, che aborriva ogni forma di prevaricazione –un suo romanzo, il ritratto di Mr. W.H., è fondato sull’idea che chi riesce a convincere qualcuno di qualcosa cessa di credervi egli stesso- amava esprimersi obliquamente (“vivo nel terrore di non essere frainteso”, “date all’uomo una maschera, e vi dirà la verità”), talvolta per parabole, o per apologhi. I suoi cosiddetti poemi in prosa, spesso raccolti da altri che glieli avevano sentiti dire, illustrano questo con molta evidenza –le acque dello stagno innamorate di Narciso che vi si specchiava, perché si vedono riflesse nei suoi occhi; il profeta autore di miracoli che si lamenta perché, pur avendo guarito cechi e storpi, non è stato crocifisso; il poeta che di ritorno dai viaggi racconta di avere incontrato fauni e ninfe, ma che quando li incontra davvero dice di non aver visto niente. Ma tutto Wilde è così. Nei saggi, come si è già ricordato, sostiene paradossalmente che la vita imita l’Arte (le donne, per esempio, diventano simili ai quadri dipinti dai pittori); che la critica è la forma più alta di creazione artistica (appunto perché si occupa di arte e non di vita comune); che l’assistenzialismo è degradante e retrivo (consentendo ai poveri di sopravvivere, perpetua l’ingiustizia dello status quo).
Nelle commedie, il cui impianto è convenzionale fino al plagio –a una signora che disse di aver trovato una scena del Marito Ideale molto simile a un’altra di Dumas figlio rispose, “gliel’ho portata via pari pari”- la morale convenzionale è sovvertita, perché alla fine si scopre che i buoni sono stupidi e gretti, i cattivi, brillanti e generosi, gli oziosi, intelligenti e profondi. Nella più famosa di tutte, l’immortale Importanza di Essere Ernesto, si ride perché due damine vogliono che il loro marito, chiunque sia, porti assolutamente quel nome. È il contrario di Giulietta, che amerebbe Romeo comunque si chiamasse. Ma a pensarci, non esiste nella vita reale chi sposa un nome e non una persona ?
Così anché Dorian Gray è, persino ovviamente –come abbiamo visto che lo stesso Wilde fu costretto a sottolineare- un apologo, fondato su un paradosso –il quadro che invecchia al posto di una persona. Dall’assunto di palese assurdità nascono conseguenze logiche; lo sprofondare graduale del protagonista nel vizzio colpisce violentemente proprio perché non se ne avvertono le tappe. Ma ovviamente l’apologo non basterebbe da solo a reggere le dimensioni del volume se non ci fossero altri elementi. Di questi il più solido alla distanza si è dimostrato quello che poteva apparire il più effimero, ossia l’umorismo anticonformista e provocatorio, frivolo ma già allora in grado di sopportare la ripetizione, visto che alcune delle battute migliori Wilde tornò a utilizzarle nelle commedie.
Ma anche la componente che può sembrare più datata, i purple patches o brani di prosa sontuosa ed esibizionistica, il bric-à-brac di prelibato, soffocante cattivo gusto, in una parola, quasi, il dannunzianesimo di marca britannica, possiede un’ironia appena avvertibile che facilita il nostro ingresso in questo mondo come non avviene con tanti altri prodotti della penultima fine secolo. Al modo di un attore brechtiano, lo scrittore mantiene un certo distacco dalla sua materia, mentre la porge, la guarda per così dire, criticamente. Come ricordò il suo contemporaneo G.B Shaw, Oscar Wilde era irlandese, e quindi per quanto si atteggiasse a membro di quella società, guardava sempre gli inglesi dall’esterno, senza identificarsi con loro fino in fondo (“gli inglesi mi hanno condannato a parlare la lingua di Shakespeare”, scrisse a Edmond de Goncourt). L’errore fatale lo commise l’unica volta in cui si dimenticò di questo, pretendendo di comportarsi come un gentiluomo offeso e trascinando un potente aristocratico in Tribunale. L’Establishment reagì colpendolo senza pietà, fino a distruggerlo. Proprio l’accanimento con cui il romanziere che aveva proclamato “tutta l’arte è completamente inutile” fu chiamato alla sbarra a giustificare brani e pagine intere della fiaba che aveva inventato, fece capire come sarebbero andate a finire le cose.
Apologo gonfiato, repertorio di bon mots, grand-guignol, tutto si è detto per mettere in discussione la qualità del Ritratto di Dorian Gray : ma il pubblico non si è mai posto di questi problemi. Tradotto in tutte le lingue, il romanzo non ha mai cessato di essere in stampa, e le sue riduzioni spettacolari non si contano. Un ricercatore inglese, Robert Tanitch, ha elencato in un volume del 1999 dieci film, di cui sei muti (danese, 1910; americano, 1913; russo, 1915 –con Vsevolod Mejer’hold come Lord Henry, e un’attrice in abiti maschili come Dorian-; Inglese, 1916; ungherese, 1918). Tra Londra e New York si registrano non meno di 22 adattamenti di Dorian Gray per il teatro di prosa, commedie e monologhi, tra il 1910 e il 1999, quasi tutti per la verità deludenti, compreso uno firmato da John Osborne che viene ripreso ogni tanto. Per la TV inglese, americana e tedesca il romanzo è stato ridotto almeno otto volte (una, nel 1961, con Gorge C.Scott come Lord Henry, un’altra, nel 1976, col già venerando Sir John Gielgud nella stessa parte). Ci sono almeno cinque opere liriche e nove balletti. E il musical di Tao Russo attualmente (2004) in tournée per l’italia nella sua seconda stagione ha almeno sette precedenti, quasi tutti americani, più uno ungherese.
Insomma, quando Wilde concluse una lettera a uno dei giornali che lo attaccavano con la preghiera di farla finita e di lasciare il suo libro “all’immoralità che si merita”, scherzava in tono paradossale; ma come gli capitava spesso, appunto quando scherzava in tono paradossale, aveva ragione.

4 commenti:

luigi ha detto...

Ma sono l'unico a non sentire alcuna musica su questo blog?

Pantera ha detto...

io anche non la sento, ma pensavo che fosse un problema mio visto che con firefox mi si bloccano molte caselle di plug-in (o qualcosa così)

matteo ha detto...

io le sentirei perchè mozilla me le apre ma ci ho una connessione scrauza e quindi sento giusto l'inizio della prima traccia
dorian gray ce l'ò da più di un anno e non riesco a leggerlo. voglio più tempo

sinistro ha detto...

Peccato, almeno francescooh la sente.

Mel

Vita Eterna

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