domenica 11 maggio 2008

Vi delizio con uno spezzone di ciò che dirò nell'orale


Gustav Klimt e la Secessione

Fra i promotori della Secessione viennese, Gustav klimt è senza dubbio la personalità più alta della pittura Art Nouveau.
Nato a Baumgarten il 14 luglio 1862, studio alla scuola di arti figurative di Vienna dal 1876 al 1883 e assieme al fratello ed a un comune amico, dette vita, gia dagli anni della scuola, a un nucleo artistico che si occupava di decorazioni. Gli insegnamenti ricevuti del resto avevano una finalità più connessa ad un uso immediato, anche di tipo artigianale, rispetto a quelli successivi impartiti all’accademia di belle arti. Ottenne immediatamente fama e nel 1897 fu il principale esponente della Wiener secession, di cui fu anche il primo e più prestigioso presidente. Klimt fu anche particolarmente attivo nella collaborazione a “Ver Sacrum” la rivista ideologica della Secessione. Nel 1903 visitò Ravenna in due diverse occasioni, ne rimase suggestionato a tal punto da influenzare il proprio stile e le proprie scelte espressive. Nel 1912, infine, divenne presidente dell’unione Austriaca degli artisti. La sua ultima attività coincise con gli anni della prima guerra mondiale, fu in quegli anni infatti che Klimt, che incarnava lo spirito stesso dei fasti dell’impero austriaco destinato, almeno in apparenza, ad un’eterna prosperità , morì, il 6 febbraio 1918 per gli esiti d’un ictus cerebrale che lo aveva semiparalizzato.
Con lui andremo a vedere l’evoluzione dell’immagine della donna a seguito dei forti cambiamenti sociali che stavano avendo luogo in quel periodo storico.
Partiamo con una panoramica della donna nell’arte.



LE DONNE FATALI
La femme fatale ripropone il tipo, ricorrente nella cultura occidentale, della tentatrice sensuale e distruttiva, di una donna pericolosa per l'uomo proprio in virtù del suo potere di seduzione. Bella, affascinante, crudele, bramata e odiata, ella è la personificazione della sessualità, l'emblema dell'amore carnale, della passione e dell'istinto, di un'area dell'anima dove non regnano più la ragione e la luce dell'intelletto, ma l'irrazionalità, le pulsioni istintuali, la notte arcaica. La femme fatale è protagonista dell'iconografia dell'età del Decadentismo. Espressione di una natura che, non dominata completamente dall'uomo, crea ma anche distrugge, dietro di lei si nasconde il fantasma di una potente Gran Madre primordiale che, allo stesso tempo benevola e crudele, come lei affascina e annienta. Klimt renderà ampiamente omaggio a questa visione della donna nella sua opera, in Giuditta I e II. Ma il primissimo accenno a quest'intenzione nell'ambito della pittura klimtiana si trova nella Fanciulla di Tanagra, con il suo abito a fiori stilizzati, la chioma preraffaellita e l'occhio cerchiato d'ombra. Klimt la dipinse nel 1890, tra le decorazioni del Kunsthistorisches Museum.E' la Donna che si fa gioco dell’uomo, anzi se ne nutre, gareggiando con lui in astuzia e crudeltà e vincendo grazie a un’arma invincibile: quella della seduzione, dello sguardo che avvince e cattura. L’inventore di questo prototipo è probabilmente Procopio, cronista bizantino che nei suoi Anekdota racconta i fasti (con relativi nefasti: dipende dai punti di vista) dell’Imperatrice Teodora. Una ex ballerina che Giustiniano, sovrano di Bisanzio, ricopre con la porpora imperiale facendola sua sposa. Ed eccole, le donne fatali dell’Impero d’Oriente, del quale accompagnano la plurisecolare decadenza: misteriose nello sguardo magnetico che saetta dagli occhi; seducenti nelle movenze feline di un corpo esperto nelle più raffinate tecniche erotiche; spietate nell’esercizio della crudeltà, finalizzata a sostituirsi all’uomo per impadronirsi della cosa che più affascina queste deliziose tentatrici: il potere. Il parallelismo delle donne fatali fin de siècle con Teodora e le cortigiane di Bisanzio non è casuale: la danza, raffigurata attraverso l'immagine del corpo sinuoso della danzatrice, sarà uno dei temi ricorrenti del movimento Art Nouveau. La femme fatale è un'icona della Secessione e dell'Art Nouveau: avviluppante ed insidiosa, di fronte a lei è impossibile resistere. Le sue movenze ed i suoi sguardi sono allusivi e voluttuosi, l'effetto che produce è quello del vino, delle droghe e dei veleni. Il suo è un "fascino fatale" E' un'evoluzione del ruolo della donna nell'immaginario maschile nell'età in cui comincia il percorso dell'emancipazione femminile, in una società ancora permeata di puritanesimo. Questo mutamento di percezione avrà la sua eco nell'arte figurativa, in cui la donna angelicata (ispirazione dei Preraffaelliti come Dante Gabriel Rossetti e Burne-Jones) si trasforma nella fatale donna-vipera klimtiana.Questo tipo di donna affascina intensamente Klimt e i suoi compagni secessionisti. L’età della Secessione è "un'epoca di donne fatali", in cui le donne "peccatrici", "dominatrici", "seduttrici" non sono più additate al pubblico e alla compassione della morente società borghese dell'Ottocento, ma venerate come dee e idoli di una cultura nuova, più libera e insieme schiava delle sue grandi passioni, in un’Europa che cambia volto.


LA DONNA-MADRE, DIVINITA’ ANCESTRALE
Nell'arte e in letteratura è frequente la testimonianza dell'amore e del trasporto verso la madre: una madre che per tutto il Medioevo e fino al Seicento si confonde e trasfigura con l'immagine sacra della Madonna.Questa presenza della figura materna così insistente e costante, nella pittura che fino al Novecento è campo d'azione prevalente degli uomini (e anche i committenti sono uomini: principi, cardinali, re e papi o anche ricchi borghesi) non si spiega se non con una presenza ancestrale della madre nell'immaginario maschile. Una presenza che Klimt rielabora ed esplora attraverso una poetica tutta sua. Il doppio volto dell'archetipo materno, che la psicoanalisi ha definito come un'immagine centrale del nostro inconscio, è il tema del racconto visivo che Klimt compone nel Fregio di Beethoven del 1902: un cavaliere-artista che, incoraggiato da muse protettive, parte per raggiungere la Poesia rappresentata da una musicale fanciulla, ma deve prima attraversare il regno del male abitato da mostri e donne perverse. Il giardino finale, dove si celebra l'abbraccio tra il Cavaliere e la sua donna, è un universo tutto femminile abitato da fanciulle-fiore, dove l'eroe compie infine il suo destino: abbracciare la Poesia, ritrovare la donna del suo cuore. Klimt ci dice così che dal Femminile nulla può prescindere, anzi, tutto procede: nasciamo dalla Donna e, orfani dell'abbraccio materno, spendiamo per conquistarla tutta la nostra energia e la nostra forza, in un confronto con le forze del Male che hanno anch'esse forma e origine femminile. La donna come primo e ultimo pensiero.Non sappiamo quando la razza umana iniziò a venerare la Dea Madre (spesso identificata con la Terra stessa), genitrice di tutte le creature e quindi anche dell'essere umano. Sappiamo però che veniva adorata e le venivano dedicate cerimonie e fatte offerte votive come ringraziamento. La testimonianza più antica che sia stata trovata, dedicata alla dea, é una statuetta di pietra chiamata la Venere di Willendorf, che prende il nome dal luogo nel quale venne rinvenuta. Un piccolo monumento dell'Età della Pietra con ampi fianchi e grossi seni come per indicare l'abbondanza e la grande capacità di procreare. Ma ci sono altri esempi di statuette della Dea Madre anche se non antichi come la Venere di Willendorf. Alcune statuette antropomorfe che sembrano collegate alla dea sono quelle trovate durante gli scavi archeologici in Bulgaria in quel territorio che era dei Traci. La presenza di figure dai connotati simili in molte religioni e mitologie indica l’importanza dell’immagine femminile “divinizzata”, soprattutto per le sue capacità di genitrice. E se questa suggestione ancestrale per secoli aveva potuto manifestarsi in Europa solo nella rappresentazione cristiana della Natività e in scene di vita quotidiana, la riscoperta dell'arte primitiva scatena le energie degli artisti europei tra Ottocento e Novecento. In un clima artistico che rielabora la figura materna in chiave di "divinità ancestrale", nascono opere come Le cattive madri (1894) di Giovanni Segantini, che avrà una certa influenza su Klimt. La figura della donna-madre è celebrata da Klimt e dalla Secessione in numerose opere, ed è anzi vista come l’unica speranza in un mondo che attende di essere stroncato dal germe della devastazione. Il dipinto noto come Speranza I (1903) rappresenta una donna incinta nuda con molto realismo, accostata a una mostruosa creatura serpentiforme, un drago terrificante e minaccioso. Il velo azzurro dietro la donna gravida e la striscia rossa che passa dietro il drago richiamano l’acqua e il sangue collegati alla nascita, mentre nella fascia in alto uno spettro e altre creature demoniache, le tre Parche, intonano il loro silenzioso coro di morte. Klimt riprenderà più volte il tema della maternità, sia in dipinti d’ispirazione tradizionale come Madre con figli (1910), sia in opere altamente simboliste come Speranza II (1907-1908) ma soprattutto “Le tre età della donna”, forse la sua raffigurazione più splendida e squisita dell’ideale stesso di Maternità.


LE VISIONI FEMMINILI KLIMTIANE
Chi si avvicina per la prima volta alla pittura di Klimt non può che essere colpito dalla quasi esclusività dei soggetti femminili nella sua produzione, salvo rare eccezioni. Sono tempi in cui la scoperta del Femminile è al centro del vortice di passioni che sconvolge il "vecchio continente". L'arte scopre la donna, una donna che fiorisce. Klimt è in piena sintonia con l'indirizzo artistico del suo tempo. La donna è al centro del suo impegno creativo, del suo pensiero, e non si limita ad eleggere le donne a protagoniste della sua opera, ma nei suoi ritratti ce le mostra più squisite di quello che sono, le abbellisce aldilà di qualsiasi pretesa realistica. Non segue la tendenza: la inventa, la anticipa. Certamente è in qualche modo in debito con i Preraffaelliti, almeno agli inizi. Dall'influenza preraffaellita Klimt si riscatta tuttavia molto presto, anzi la rielabora in una cifra stilistica personalissima. Così le donne klimtiane sono presto uniche, ognuna irripetibile nel suo fascino: le dame dell'aristocrazia viennese dei suoi ritratti, le figure femminili dei suoi dipinti simbolisti, quasi sempre bellissime, talora orrende (come alcune delle "forze ostili" nel “Fregio di Beethoven”, come l'immagine della vecchiaia nelle “Tre età della donna” ) ma sempre dotate d'una forza, di un carattere che le eleva ad assolute protagoniste. Klimt rivela una dimensione della femminilità ben più tremenda nella sua interpretazione del mito biblico in “Giuditta I e II, ove egli celebra la terribile donna tagliatrice di teste, ma saprà raccontare anche l'incontro tra Maschile e Femminile. Questa ambizione suprema è celebrata nel Fregio di Beethoven e nel “Fregio Stoclet”, in cui la donna è colei che attende l'uomo, lo accoglie e lo redime (la Poesia che attende il Cavaliere nel Fregio di Beethoven, la figura femminile protagonista dei pannelli L'attesa e L'abbraccio nel Fregio Stoclet). Nel quadro “Il bacio”, forse l'opera più nota di Klimt, è finalmente la donna ad arrendersi alla passione dell'uomo, in una sorta di "riconciliazione amorosa" tra i sessi, un momento di abbandono a lungo atteso e posticipato. Qui la donna non è più Nemica o Assassina, ma è finalmente l'Amante desiderata e conquistata.
Opere Importanti da analizzare:


GIUDITTA 1
Giuditta è la biblica eroina che sedusse e decapitò Oloferne per salvare Betulia, la sua città e per questo assunse il simbolo della virtù femminile. Il dipinto Giuditta I, che inaugura il "Periodo Aureo" in cui l'oro diventa elemento dominante dei quadri dell'artista viennese, è chiaramente una rappresentazione dell'archetipo femminile klimtiano. Qui Giuditta è rappresentata come un genere di donna contemporanea, una dama della decadente società viennese, come testimonia anche il prezioso collare allora di moda. Con questo dipinto l'artista ha ideato il genere della femme fatale molto prima che Greta Garbo o Marlene Dietrich lo incarnassero e venisse coniato il termine "vamp". Altera e sprezzante ma allo stesso tempo enigmatica, essa ammalia lo spettatore, l'uomo, con il proprio fascino.Non vi è dubbio che la scelta di un soggetto come Giuditta è per Klimt simbolo della punizione inflitta dalla donna all'uomo che egli deve espiare con la morte: è la donna tagliatrice di reste in cui si congiungono Eros e Morte in sintonia con il clima dell'epoca. Il tema della "grande seduttrice crudele" è un luogo comune della letteratura e delle arti visive tra il 1890 e il 1904, una vera e propria ossessione su cui indugia l'intelligenza europea.Il suo corpo rosato appare come un gioiello incastonato tra altri gioielli in un'icona bizantina. Tutta una tradizione remota assimila il gioiello al segno della regolarità, ma anche al simbolismo elementare del femminile: le pietre come acqua solidificata di cui conservano la trasparenza e il riflesso luminoso, i metalli come energia cosmica condensata nel grembo della terra-madre alla quale appartengono. In tutta la letteratura della seconda metà dell'Ottocento, l'associazione tra gemme, metalli preziosi e femminilità demoniaca appare inevitabile. Klimt estenderà la metallizzazione dello scenario anche ai ritratti che oramai saranno solo di donne: è una celebrazione ambivalente della bellezza femminile, dove i paramenti preziosi del suo trionfo sono anche la sua prigione, e dove, murati nella sua piatta parete di gemme, volto e mani acquistano una qualità iper reale e una tensione che la fissità bidimensionale della superficie ornata esalta a dismisura.La Giuditta di Klimt rappresentò una vera provocazione per quella classe sociale che in altri casi aveva accettato le trasgressioni dell'artista, cioè la ricca borghesia ebraica. Questa volta Klimt aveva infranto un tabù religioso. Pareva impossibile che il pittore, con quella donna dalle palpebre abbassate e dalle labbra socchiuse quasi fosse immersa in un'estasi erotica, avesse inteso rappresentare la pia vedova ebrea che, senza provare alcun piacere, aveva portato a termine il tremendo compito affidatole dal Cielo: la decapitazione del malvagio Oloferne. Era certamente Salomè la "tagliatrice di teste" a cui Klimt si riferiva, la tipica "bella assassina" che già aveva affascinato così tanti artisti e intellettuali del tempo. E infatti nei cataloghi e negli articoli delle riviste sempre più spesso i dipinti di "Giuditta" apparivano con il titolo modificato di "Salomè". Che Klimt avesse deliberatamente voluto rendere Giuditta con le fattezze di Salomè, non possiamo saperlo, in ogni caso egli ha ritratto una fiera e bruciante rappresentazione dell'Eros e dato vita all'immaginario moderno della "donna fatale": una visione che esprimerà ancora, con rinnovata potenza, in “Giuditta II”.


GIUDITTA 2
Questa volta Klimt dipinge Giuditta II mantenendo le distanze dalla leggenda che per la prima versione gli aveva procurato tanta ostilità. Ma, come nel caso del primo dipinto risalente al 1901, sorge la questione se si tratti di una Giuditta che ha impiegato le proprie arti seduttive per far cadere Oloferne in un tranello mortale oppure di una Salomè che chiede la testa del Battista perché egli non ha ceduto al suo fascino (anche perché questo dipinto è spesso apparso nei cataloghi col titolo Salomè). Insomma, ancora una donna fatale? L'ondeggiare del corpo e dell'abito trasmette l'idea della danza, allo stesso tempo qui appare soprattutto rappresentata una donna della decadente società viennese che si è abbandonata alla propria passione. Ella pare un uccello multicolore che sminuzza e divora la preda preferita (l'uomo), prigioniera in una gabbia dalla quale non può fuggire. Il formato del dipinto è allungatissimo, il decorativismo è esasperato: l'opera è una sorta di arazzo variopinto in cui risalta l'isterismo delle mani bellissime e febbrili che si aggrappano alla gonna, il movimento nervoso delle braccia sottili coperte di gioielli. Di fronte a un dipinto come questo, è inevitabile interrogarsi non tanto sulla qualità dell'esecuzione tecnica - che in Klimt è indiscutibile - ma sull'interpretazione del messaggio che l'artista affida alla tela. Un messaggio che si esprime non tanto nella sfida al tempo che caratterizza la stragrande maggioranza delle opere d'arte, bensì in un viaggio fuori dal tempo, alla scoperta di un'icona, di un mito, quello della donna tagliatrice di teste.In Giuditta II, Klimt riesuma l'icona della tagliatrice di teste, ma senza evocare l'atto della decapitazione di Oloferne: la testa del conquistatore assiro è questa volta in disparte, pare sprofondare tra i tessuti lussureggianti dello sfondo come in un pozzo. La decapitazione, il sangue, la morte violenta, noi non li vediamo: sono cose già avvenute, ovvie, e Klimt sapientemente non ci mostra ciò che già sappiamo e abbiamo visto in altre opere.Dunque Klimt costruisce un dipinto il cui unico obiettivo è l'evocazione del mito di Giuditta, o di Salomè, un'opera che non racconta una storia, non coglie l'attimo, ma esprime un'angoscia che fa parte del nostro subconscio. La morte di Oloferne qui è un assunto, è già diventata un'icona dell'immaginazione collettiva che Klimt impreziosisce, perfeziona. E infatti questo dipinto racchiude, sintetizza le visioni di tutti gli artisti che lo hanno preceduto e ci mostra la decapitatrice in preda alla nevrosi, con le mani stravolte dall'isteria, forse alle prese con i turbamenti e le angosce del delitto, forse insoddisfatta: l'agonia del morto non è bastata a placarne la furia di femme fatale spietata, incattivita. Senza l'inquietante dolcezza della voluttà appagata che soffondeva l'opera precedente, questa nuova Giuditta rivela l'isteria che la consuma, e incede sottraendosi a ogni rapporto diretto con l'osservatore, catturata nelle trame del proprio arazzo come un animale selvatico prigioniero, crudele e ribelle. Questa Giuditta non è semplicemente la trionfatrice che conquista un trofeo, ma una creatura angosciata, contorta e spezzata.

7 commenti:

matteo ha detto...

livio è già pronto per l'esame. pazzesco

Anonimo ha detto...

Pèeccato che i 15 minuti che ha a disposizione non sono pronti per lui.

Francescooh

luigi ha detto...

Uhhh... Natalie Portman...

sinistro ha detto...

c... Francescooh ha ragione non riuscirò a dire neanche la meta di quello che presenterò, però dopo lo publico come libro, questo spezzone è meno d'un terzo di quello che ho scritto e... luigi, non è Natalie portman quella della foto.

Pantera ha detto...

è kasia smutniak ve?

valentina ha detto...

io e te abbiam portato lo stesso argomento alla Maturità, mi par di scorgere..il mio s'intitolava qualcosa "..e la Vienna fin de secle" KLIMT forever, off course..copertina la stupefacente Danae..e il resto riguardava Freud e il drammaturgo austriaco Arthur Schniztler.. perdona la mancanza di particolari però ho dato la Maturità nel 2005"
I LoooVe Gustav!!!

Valentina
( violarevolution@hotmail.it )

Anonimo ha detto...

Come no...Certo che è Natalie Portman. Vedere qui:
http://ilmiopensiero.forumcommunity.net/?t=39894897

Mel

Vita Eterna

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