sabato 14 giugno 2008

Steven Levenkron, La ragazza perfetta


"LE ADOLESCENTI GRANDI DIGIUNATRICI TRAGGONO DAL TRIONFO SUL cibo un orgoglio ed un benessere strano. E' come se non dando da mangiare al corpo avessero la sensazione di alimentare la mente […] ad un certo punto del loro calvario ascetico hanno l'impressione di essere vicine a diventare solo mente, di aver cancellato l'odiatissimo corpo, i suoi squallidi bisogni, le sue volgari rimostranze".


E' Gustavo Pietropolli Charmet, professore di Psicologia dinamica all'Università di Milano, a firmare queste parole contenute in un breve saggio -"L'ideale spietato"- posto a prefazione di un romanzo sull'anoressia. La prefazione del professore e la postfazione di Maria Gabriella Gentile, dirigente del servizio di nutrizione clinica dell'ospedale San Carlo di Milano, da sole basterebbero a definire e a dare direttive "tecniche" più precise di un male psichico talmente tanto discusso dai media da risultare oramai quasi "ordinario". Che i mezzi di comunicazione e l'editoria subiscano, come quasi tutto, l'influenza di "mode", o meglio di ondate informative che portano a galla problemi sociali per poi sommergerli nuovamente, non è cosa nuova, ma di anoressia se ne è talmente tanto parlato, scritto e letto che a volte può sembrare assurdamente ripetitivo, quasi "banale", portare di nuovo la questione al centro dell'attenzione. Discorso che crolla se però si pensa a quante persone possano ancora soffrirne, a quante ancora si lasceranno morire di fame per via di un'ossessione, di un male ostinato e difficile da fermare una volta insidiatosi nella testa di una ragazza, di una donna -è notoriamente il sesso femminile in special modo a soffrire di questa malattia nervosa. Ecco, uno scritto come "La ragazza perfetta" non è un bel romanzo e chi l'ha scritto non è infatti un romanziere, ma uno psicologo e psicoterapeuta newyorkese, uno fra i maggiori esperti mondiali di anoressia nervosa e di disturbi dell'alimentazione; la descrizione di stati d'animo e situazioni può di conseguenza essere decisamente verosimile. Pur non avendo niente di letterariamente valido, questo libro è utile, fortemente pedagogico, esatto nell'esame della situazione "media" entro cui un'adolescente potrebbe ammalarsi di anoressia nervosa. Una famiglia della borghesia americana, un padre buono ma poco comunicativo, spesso distante per lavoro, una madre mite e ansiosa, una sorella maggiore ribelle e bellissima, un fratello modello di perfezione creano il contesto entro cui si dipana la storia di Francesca, la storia della sua malattia. La danza, l'inizio di una dieta, la solitudine, il continuo senso di inadeguatezza, poi la malattia vera e propria con ospedali, medici e psicologi vari. La "trafila" ormai si conosce, è penosa e difficile da vincere, è diffusissima. "La ragazza perfetta" insieme a "Briciole. Storia di un'anoressia" di A.Arachi e "Una fame da morire" di G.Schelotto che sono diventati, fra i molti altri, alcuni dei classici sull'argomento, ha venduto solo negli USA più di 500.000 copie proprio per l'estrema chiarezza espressiva, per l'immediatezza con cui l'autore riesce, tramite lo "stratagemma" narrativo, a divulgare la conoscenza di un male ancora tanto misterioso e a illustrare sul finale -anche se in maniera piuttosto semplicistica- i possibili metodi di guarigione.

Mel

Vita Eterna

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