venerdì 10 ottobre 2008

L'altra faccia degli Uomini



Ted Chabasinsky, ricoverato a New York nel 1944: "Prima che nascessi avevano già stabilito che ero matto".

A 6 anni il primo elettrochoc.


Questa è la storia dell'altra metà della mia vita.


Psichiatri e assistenti sociali avevano già deciso prima ancora che io nascessi che io sarei diventato un paziente delle istituzioni psichiatriche. La mia madre naturale era stata rinchiusa poco prima che io nascessi e fu rinchiusa nuovamente subito dopo. L'assistente sociale del Foundling Hospital disse ai miei genitori adottivi che mia madre era "diversa" e Miss Callaghan ben presto li indusse a trovare sintomi anche in me. Ogni mese Miss Callaghan veniva a discutere dei miei problemi coi miei genitori adottivi. Se io volevo semplicemente stare nel giardino sul retro con mia sorella e giocare a fare tortine di fango, questo era un segno che ero troppo passivo e introverso, e mia madre e mio padre avrebbero dovuto incoraggiarmi a esplorare maggiormente gli altri posti nelle vicinanze. Quando iniziai a vagare per i dintorni andai nel giardino di un vicino di casa e colsi alcuni fiori. Il vicino si lamentò e Miss Callaghan tenne una lunga discussione coi miei genitori sul modo di reprimere i miei impulsi dannosi.
Quando Miss Callaghan ebbe scoperto abbastanza sintomi fui spedito in un istituto psichiatrico per bambini per essere diagnosticato ufficialmente e diventare una cavia per la dottoressa Lauretta Bender. Fui uno dei primi bambini "trattati" con l'elettroshock. Avevo sei anni.
Non volevo subire l'elettroshock, non volevo! Ci vollero tre infermieri per tenermi. All'inizio fu la dottoressa Bender in persona ad azionare l'interruttore, ma più t ardi quando non fui più un caso interessante, il mio torturatore fu diverso ogni volta.
Volevo morire, ma non avevo realmente idea di cosa fosse la morte. Sapevo che era qualcosa di terribile. Forse sarò così stanco dopo il prossimo trattamento che non mi alzerò più, e sarò morto. Ma mi rialzavo sempre. Qualcosa in me al di là dei miei desideri mi faceva ritornare in me stesso. Memorizzavo il mio nome, insegnai a me stesso a dire il mio nome. Teddy, Teddy, io sono Teddy ... io sono qui, io sono qui, in questa stanza, nell'ospedale. E la mia mamma se n'è andata ... Voglio andare giù, voglio andare dove l'elettroshock mi sta mandando, voglio smettere di lottare e morire ... e qualcosa mi ha fatto vivere e andare avanti a vivere. Dovevo ricordarmi di non lasciare che nessuno mi stesse più vicino.
Passai il mio settimo compleanno in questa maniera, e il mio ottavo ed il nono rinchiuso in una stanza al Rockland State Hospital. Avevo imparato che la migliore maniera di resistere era di dormire il più possibile, e dormire era tutto quello che potevo fare in ogni caso. ero in uno stato di costante deperimento ed iniziai ad avere raffreddori che duravano tutto l'anno perché il più sadico infermiere spegneva il riscaldamento e apriva la finestra anche a Dicembre. Il dottor Sobel disse che ciò era un segno della mia debolezza e che non amavo l'aria fresca.
A volte gli infermieri lasciavano la porta della mia stanza aperta mentre il resto dei ragazzi andavano nella stanza da pranzo ed io andavo in giro a cercare qualcosa da leggere, qualcosa da guardare, con cui giocare, qualsiasi cosa che avessi potuto usare per distrarmi. Conservavo parte del mio cibo e pensavo per ore a quando l'avrei mangiato. A volte i gatti correvano attraverso la stanza, lungo i muri, e li guardavo con attenzione stando attento a non spaventarli. Avrei voluto essere abbastanza piccolo da correre sotto la porta come potevano fare loro. A volte non c'era niente nella stanza, proprio niente, ed io mi stendevo sul materasso e piangevo. Cercavo di addormentarmi ma non potevo dormire 24 ore al giorno, e non potevo sopportare i sogni. Mi raggomitolavo come una palla, afferrando i ginocchi e rotolando avanti e indietro sul materasso cercando di confortarmi. E ho pianto e pianto sperando che qualcuno venisse. Sarò buono dicevo. E l'infermiere mi guardava fisso inaspettatamente attraverso la piccola finestra irrobustita con dei fili all'interno in modo che io non potessi rompere il vetro ed uccidermi.
E così ho passato la mia infanzia svegliandomi da un incubo all'altro in stanze chiuse a chiave con ritagli di giornali e pagine di fumetti strappate e croste di pane e i miei anici i gatti, con nessuno che mi dicesse chi fossi. E quando compii 17 anni e i medici pensarono di avermi distrutto mi liberarono.

3 commenti:

Cecilia ha detto...

da dove è etsratto? nonostante l'atrocità del tema è interessante.

sinistro ha detto...

basta che cerchi storie atroci su internet, è uno dei primi siti

Guimi ha detto...

Ma è una storia vera?
Bellissimo...

Mel

Vita Eterna

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