sabato 31 gennaio 2009

Chi non mi conosce può non leggere questo post




È strano come una foto, un ricordo passato, o forse solo il passato stesso possa far cosi male. Spesso rivedo vecchie foto, frammenti di ricordi andati e non penso al momento, all’attimo o alla situazione ma alle persone, a com’èrano, a come sono, a come me le ricordo. Un attimo può essere una vita ma la vita è sicuramente troppo breve per essere racchiusa in quell’attimo, troppe sono le sensazioni ed i pensieri, troppi i rimpianti, rimpianti per non aver approfittato bene del tempo concesso, di non aver avuto occasione di dire alle persone care quanto le amavo, quanto per me fossero tutto, tutto l’attimo della mia vita e quando sono solo e rivedo i miei ricordi impressi in una memoria di carta, quando osservo le persone che ho conosciuto e ripenso ai momenti passati con quelle persone allora capisco che la vita, la vita vera è lì è in quelle foto, in quell’attimo eterno, nei tanti piccoli momenti passati insieme.
Non sono una persona complessa, anzi, forse sono solo un bambino, un bambino che non vuole crescere, che vuole vedere il mondo con gli stessi occhi con cui è nato e con cui per la prima volta ha visto il mondo, solo un bambino che vede e non capisce, che cerca disperatamente una radice, un punto fermo, un bambino che sogna e proprio lì, in quell’attimo, vive.
Non ho paura della morte perche è solo un momento, una tappa della vita ma ho paura di dimenticare, ho paura, nel momento in cui me ne andrò di non ricordarmi più di voi, di perdere l’unica cosa che da senso alla mia piccola misera esistenza, voi. È per questo quando mi offro a voi, quando mi spacco la schiena e rischio non lo faccio per sentirmi dire, grazie, lo faccio perche, forse, un giorno vi ricorderete di me e direte, per un attimo, era una brava persona, era un mio Amico.

giovedì 29 gennaio 2009

Megalomania e mitomania





Una lettrice mi scrive:«Chiedo aiuto non per me, ma per mio marito. Vorrei sapere come convincerlo che ha un grave problema psicologico e che dovrebbe rivolgersi a uno specialista. Io, nonostante tutto il mio amore, non sono riuscita né a farlo riflettere, nè tanto meno a farlo cambiare.Mio marito non ha mai voluto fare nessuna visita specialistica. Io, da sola, informandomi, ho capito che è affetto da dislessia e disfonia. Questa sua condizione, negli anni, lo ha reso insicuro e insoddisfatto di se stesso, portandolo a compiere gesti che mettono a rischio la nostra vita familiare.Racconta a tutti un sacco di bugie dalle più piccole alle più grandi. Racconta di essere ricco, straricco (e invece siamo pieni di debiti), allo scopo di apparire grande, il numero uno in tutto. Regala di tutto a tutti: vuole sentirsi dire che è bravo, buono, generoso, che lavora tanto. Fa promesse che non riesce a mantenere, quindi alla fine è costretto a ingannare: siamo in causa con quasi tutte le persone con cui è venuto in contatto: lo minacciano di morte, minacciano anche me.Lavora in proprio, ma ogni due mesi cambia settore, sa fare tante cose, ma il fare tanta fatica a leggere, scrivere, parlare e capire quello che gli si dice lo porta a mettersi nei guai, a non ammettere mai un suo errore, mai. E piuttosto che sottoporsi ad una visita psicologica che gli avrebbe consentito di rivedere la figlia avuta dal precedente matrimonio ha rinunciato a questa figlia, a cui pure teneva tantissimo.Le bugie le dice anche a me, anzi soprattutto a me, che sono diventata un investigatore privato, che cerco di correre ai ripari prima che lo denuncino. Oggi dopo le ultime cose che ho saputo penso che sarebbe mio dovere chiedere l'interdizione mentale perché non è giusto che sapendo come è fatto lui rischi di farsi accoltellare dai rumeni a cui deve rendere dei soldi. Cosa posso fare? Aiutatemi per favore!»


La patologia descritta da questa donna nella sua drammatica lettera è complessa e soprattutto di non facile guarigione, perché in genere per la persona che ne è affetta (una persona come il marito della lettrice) l’idea stessa della cura si pone come una intollerabile umiliazione, tale da indurre rabbia, confusione e sovente grave depressione.In essenza, si tratta di una patologia dell’immagine di sé, una patologia di ciò che in psicoanalisi va sotto il nome di ideale dell’io, che è quel sentimento e quella percezione di se stessi che si vorrebbe avere per sentirsi adeguati sia alla oggettiva realtà sociale, sia al sistema soggettivo dei valori e dei giudizi.Tormentato dall’immagine di sé, costretto a mentire per mostrarla grande, l’individuo descritto dalla lettera ci appare coinvolto in una drammatica lotta con se stesso e con gli altri per dimostrare che di lui si dovrebbe avere un’opinione (un’immagine) elevata e lusinghiera.Dice infatti la donna: "[Mio marito] racconta a tutti un sacco di bugie dalle più piccole alle più grandi. Racconta di essere ricco, straricco (e invece siamo pieni di debiti), allo scopo di apparire grande, il numero uno in tutto. Regala di tutto a tutti: vuole sentirsi dire che è bravo, buono, generoso, che lavora tanto. Fa promesse che non riesce a mantenere, quindi alla fine è costretto a ingannare". La descrizione è sintetica e precisa.


La patologia descritta è una micidiale miscela di Megalomania, la mania di grandezza, e di Mitomania, la mania di mentire a scopo di esaltazione psicologica di sé.La megalomania è di solito una patologia più che evidente a buona parte di coloro che condividono col soggetto la sua vita privata. Sia perché la persona che ne è affetta si chiude in un mondo tutto suo, che finisce per danneggiarlo, rendendolo una persona fragile e patetica, sia perché sovente egli, per corroborare le sue fantasie o i suoi progetti, compie degli atti che finiscono per mettere nei guai proprio coloro che gli sono più affezionati o che, per leggerezza, si fidano di lui.Tuttavia, per quanto grave ed evidente agli altri, la condizione patologica di megalomania è dal soggetto stesso ostinatamente negata, per via dell’insopportabile angoscia collegata al prendere coscienza d’essere un malato, un «menomato». Questa negazione fa sì che l’aspirazione alla grandezza venga rilanciata all’infinito, trasformandosi sempre più in una sfida paranoide contro il tempo, contro gli altri e contro il destino.Pertanto, nonostante il megalomane viva in apparenza in una condizione di sicurezza emotiva e di esaltazione di sè, la sua megalomania nasconde un aspetto molto insidioso: il terrore del crollo depressivo.Il megalomane vive in uno stato di eccesso maniacale permanente, cioè di esasperato entusiasmo e di esagerato apprezzamento di sé, perché intuisce che al di sotto di questa sottile lastra di ghiaccio si cela l’abisso della devastazione depressiva.
In realtà egli ha una stima di sé bassissima, collegata ad antiche percezioni primarie (giudizi negativi da parte dell’ambiente, modelli di riferimento posti come inarrivabili o anche la coscienza primaria di deficit e handicap, accompagnati dalla derisione, dal disprezzo o dalla compassione altrui). Quindi egli vive da leone, in fuga continua dalla coscienza di sé, che vorrebbe rigettarlo a contatto con la sua immagine interna negativa.
Con gli anni, il megalomane associa a questa immagine interna negativa un angoscioso bisogno di punizione, dovuto sia all’antico disprezzo di sé, che ai sensi di colpa maturati nel corso della vita per via dei suoi sleali e pericolosi comportamenti. Il bisogno di punizione si struttura allora in un masochismo morale, un «volersi male» che lo minaccia di annientamento. In quest’ottica e in questa fase della malattia, i conflitti che egli riesce a procurarsi hanno come segreto fine quello di causare la propria distruzione.


La mitomania (o pseudologia) è una sottile variante della megalomania. Mentre il megalomane ha il bisogno di esporre di continuo i suoi progetti alla prova di realtà (ricavandone guai a non finire), il mitomane, esperto nella suggestione e nell’inganno, evita di esporsi al crollo depressivo che può sortire dal deludente impatto con la vita reale.Egli preferisce fasciarsi di fantasie, ingannare sistematicamente gli altri eludendo ogni possibile confronto; ma alla fine la vita reale o comunque quella psicologica gli chiedono un conto che egli non è mai in grado di pagare.A questo punto il suo destino è in tutto identico a quello del megalomane: l’esaltazione maniacale di sé cede alla più nera depressione, oppure, in casi non poco frequenti, subisce ad opera della realtà una punizione terribile (fallimenti economici e affettivi, denunce e beghe giudiziarie o, se va male, malmenamenti e persino uccisioni).


Soluzioni? Prima o poi il maniacale va in stress, diventa abulico o finisce in depressione. E’ a questo punto che bisogna suggerirgli e anzi imporgli la psicoterapia.Se egli invece non ha un crollo psicologico, ma piuttosto eleva la sua sfida col mondo mirando in tal modo a farsi dei nemici e a farsi fare del male, occorre insistere ossessivamente nel segnalargli che egli non solo sta vivendo una fuga esaltata e maniacale da se stesso, priva di equilibrio e di gratificazione, ma sta anche cercandosi una punizione risolutiva, che può talvolta coincidere con la morte.
La psicoterapia dovrà allora avere diverse mete tra loro collegate.


In primo luogo, dovrà scoprire la genesi dell’immagine di sé negativa, se essa cioè affondi negli anni di formazione dell’identità personale, oppure in una ideologia della grandezza individuale che tormenta il soggetto e in rapporto alla quale egli si sente e si sentirà sempre ridicolmente piccolo.
In secondo luogo, dovrà risolvere l’impotenza psicologica causata dall’immagine di sè negativa, che di solito comporta la paralisi delle proprie volontà e azioni nel mondo o una iperattività maniaca tesa al riscatto grandioso di sè, quindi comunque un sistematico difetto di misura.
In terzo luogo, la psicoterapia dovrà risolvere la radicata dipendenza del soggetto dall’opinione altrui (portata dentro di sé): il suo drammatico attaccamento ad un ideale sociale interiorizzato e, più in generale, al giudizio sociale tout court, di cui egli è, in fondo, un’inconsapevole e patetico schiavo.
Infine, la psicoterapia dovrà porsi - per quanto possibile - il problema dell’impotenza pragmatica, reale, causata dalla prolungata assenza di rapporto fra il soggetto e il mondo. Più le nostre angosce e le nostre illusioni ci allontanano dal confronto con le cose reali, più cresce un’impotenza reale, oggettiva: una effettiva ignoranza e inesperienza delle cose del mondo.


Piccola appendice teorica (per specialisti)


Dal punto di vista della diagnosi, il mai abbastanza deprecato DSM IV classifica megalomania e mitomania fra i disturbi narcisistici o fra quelli istrionici della personalità. Sul piano del linguaggio corrente (e corrivo) ciò è accettabile: il narcisista è colui che ha la sua immagine come preoccupazione principale; l’istrionico è colui che nell’interazione sociale vuole imporre la sua immagine come "unica" e positiva. Fin qui niente di male: megalomane e mitomane hanno tratti dell’uno e dell’altro, hanno qualcosa di narcisistico e qualcosa di istrionico. La classificazione ha un sapore vagamente "divulgativo", ma accettabile. Purtroppo, è sul piano della spiegazione della genesi (etiopatogenesi) e sul piano della prospettiva di guarigione (prognosi) che il DSM IV prende clamorosi abbagli.Per il DSM IV, infatti, queste patologie risultano poco definite sul piano della genesi, collegate a causalità biologiche o comunque "arcaiche", "primitive" (cioè, come dice una pessima psicoanalisi "orali", dunque imparentate con la psicosi) e perciò poco o punto curabili. Simili rozze classificazioni fanno rimpiangere il passato: dal punto di vista della trattatistica, la Psicopatologia Generale di Karl Jaspers (del 1913) è tuttora di gran lunga preferibile a tutti i DSM che si sono succeduti negli anni.


Personalmente, sulla base del mio approccio psicodialettico, classificherei questi disturbi come a metà strada tra le strutture isteriche e quelle depressivo-maniacali. Ma, in via di ipotesi lessicale (e a titolo più che altro di provocazione), proporrei una distinzione diagnostica ancora più sintetica.Poiché considero il conflitto psicologico la base della psicopatologia, distinguerei fra personalità che vivono tale conflitto attraverso l’immagine (immagine sociale, visibile agli altri) e quelli che lo vivono all’interno di sé, sorvegliando e monitorando la propria interiore identità morale. Dunque parlerei di eidopatie (dal greco eidos, immagine, da cui l’italiano idea o anche idolo), e di etopatie (dal greco ethos, comportamento morale, da cui l’italiano etica). Nelle eidopatie risolvo il concetto di isteria e di maniacalità, caratterizzate da dubbi inerenti l’apparire; e nelle etopatie le sindromi ossessive e le depressive, incentrate su dubbi sulla propria qualità o condotta morale. Ovviamente, non le considero entità discrete, assolute, bensì strutture fluide e interconnesse, ed inoltre entrambe sostanzialmente curabili.

martedì 27 gennaio 2009

SOGNO E REALTA'





Com'è cieco colui che immagina

e progetta qualcosa

fino ai più realistici dettagli.

e quando non risce a darne conto interamente

con misure superficiali e prove verbali,

crede che la sua idea

e la sua fantasia siano vanità!

Se invece riflettesse con sincerità,

si convincerebbe che la sua idea è reale

tanto quanto l'uccello in volo,

solo che non è ancora cristalizzata;

e capirà che l'idea è un segmento

di conoscenza

ancora ineslicabile in cifre e parole,

poichè troppo alta e troppo vasta

per essere imprigionata

nel momento presente;

ancora troppo profondamente immersa

nello spirituale

per piegarsi al reale.



Kahlil Gibran "A treasury of Kahlil Gibran"

lunedì 26 gennaio 2009

14 Ore no Stop!!!




Dalle 8 e30 alle 19 e30 senza sosta a disegnare! manco fossimo spaccapietre! Non ci vedo più! ho consumato le lenti degli occhiali a furia di fissare quel dannato lucido! in più mi è preso un raffreddore da paura!


Uffa sono stanco...

domenica 25 gennaio 2009

Serial killer al femminile




L'argomento “serial killer”, come popolo e come nazione, ci riguarda marginalmente, ma in realtà ci stiamo accorgendo che alcune tendenze nei delitti di cronaca nera degli ultimi vent’ anni portano nella direzione degli assassinii seriali. Ultimamente nelle pagine dei giornali stanno affiorando sempre più crimini cosiddetti "inspiegabili" e portati a compimento con efferatezza spesso inaudita. Gli Stati Uniti hanno il 75 % dei serial killer, ma il fenomeno è in espansione anche in Europa, soprattutto in Russia e in Gran Bretagna.
In Italia abbiamo avuto ventisette assassini seriali dal 1982 al 2002 e siamo al quinto posto dopo Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Canada e Giappone. Il termine “serial killer” è utilizzato dal FBI, con precisione dal National Center for the Analysis of Violent Crime, dalla fine degli anni ’70, per indicare “qualcuno che ha ucciso in almeno tre occasioni, con un periodo di pausa (cooling - off) in mezzo ad ognuna”. I serial killer sono in prevalenza maschi bianchi sui trent’anni, piuttosto ordinari, se non addirittura inadeguati, ma per quanto possa essere difficile collegare una donna, colei che dà la vita, alla brutalità, alla violenza, al sangue, alla fredda selezione delle vittime esistono assassine seriali. Si è sempre creduto che i serial killer fossero uomini e questa convinzione era così radicata che quando nel 1991 fu arrestata in Florida Aileen Wuornos i giornalisti diedero la notizia sconvolgente della prima donna serial killer.
Questo elaborato è utile per smentire questa affermazione descrivendo le caratteristiche delle serial killer al femminile, elencando i delitti di numerose omicide seriali nella storia. Anche se in misura inferiore rispetto agli uomini, il crimine muliebre risulta statisticamente da sei a otto volte minore di quello maschile e tale rilevazione trova riscontro in quasi tutti i paesi. E’ stato considerato che un numero inferiore di atti criminosi commessi dalle donne potrebbe essere più un fatto apparente che reale, in quanto molto spesso una certa parte delle condotte criminose femminili non viene rivelata. Il criminologo Pollack ha parlato di mascheramento dei crimini muliebri dovuti ad un comportamento complice volontario o involontario maschile. È raro trovare degli studi sull'omicidio commesso da donne e sono ancora più rare le ricerche sull'omicidio seriale commesso da queste e questo elaborato è stato ricavato da una approfondita ricerca su Internet e sui libri, durante la quale il mio interesse per l’argomento è stato solo in parte soddisfatto a causa della scarsità del materiale scritto in proposito.
Alcuni autori che si sono occupati di omicidio seriale sono propensi, erroneamente, a credere che non esistano donne serial killer, soprattutto se si considera assassino seriale soltanto chi uccide con un movente sessuale, manifestando una o più perversioni. Cameron e Frazer sostengono che "solo gli uomini sono dei cacciatori compulsivi guidati dal bisogno di uccidere". Il movimento femminista, soprattutto la sua frangia più radicale, nega qualsiasi possibilità che ci possano essere serial killer donne e l'argomento principale a sostegno di questa teoria è che gli assassini seriali sono il prodotto della società patriarcale. La criminologia femminista tende ad analizzare solamente i casi in cui gli uomini uccidono sadicamente le donne.
Questa corrente va ad aggiungersi a tutti gli altri studiosi che tendono a sottostimare l'entità dell'omicidio seriale femminile. Segrave ritiene che sia più giusto parlare di assassine multiple perché negli omicidi commessi da individui di sesso femminile non è presente la componente sadica tipicamente maschile. Gli autori che ammettono la presenza di donne assassine seriali la stimano dal 5% al 15% rispetto al numero complessivo di serial killer. La sessualità riguarda indifferentemente entrambi i sessi e coinvolge questioni anche apparentemente al di fuori della sfera sessuale. Freud ci insegna che la storia sessuale di un individuo ci offre le chiavi per aprire le porte della sua vita, poiché è nel suo modo di vivere la sessualità che sono impresse le tracce del suo modo di essere nel mondo.
La dimensione della corporeità cambia a seconda del fatto di essere uomini o donne. Gli individui di sesso maschile presentano la maggior parte delle devianze sessuali, almeno nelle forme più estreme, e questo può essere attribuibile ad una presunta maggiore vulnerabilità dell'uomo riguardo alla propria identità di genere, così come ad un minor controllo delle pulsioni erotiche. Il comportamento delle donne serial killer sembra avere connotazioni differenti ed essere fenomeno meno dipendente da problematiche riguardanti la sfera sessuale. Il grado di aggressività sadica è inferiore nelle assassine a causa dell'acculturazione delle donne, che scoraggia le manifestazioni violente, e della relativa assenza dell'ormone maschile legato all'aggressività, il testosterone. Il gentil sesso è più incline ad interiorizzare i fattori scatenanti lo stress, tendendo a punirsi mediante l'alcolismo, l'assunzione di droghe, la prostituzione e il suicidio.
Non tutti gli assassini seriali sono serial killer sessuali. Alcuni uccidono per ragioni diverse dal sesso: denaro, gelosia, vendetta, potere o dominio. In questa cerchia di motivazioni può essere ricondotta la causa scatenante del comportamento omicidiario seriale femminile. La maggior parte delle donne è estranea all'esperienza di fantasie omicide sessualmente sadiche, mentre agisce per motivazioni economiche o di potere. Relativamente alle modalità d'azione, raramente le donne serial killer fanno a pezzi i cadaveri e optano per l'uccisione mediante sostanze venefiche e strangolamento, per ragioni di forza fisica, ma non soltanto. Sono astute, adescano con grande abilità e seduzione, ma poi diventano glaciali e spietate.


continua....

sabato 24 gennaio 2009

giovedì 22 gennaio 2009

Mancanza di Eroi



Oggi sul treno riflettevo, come al solito, per la verità c'erano anche un paio di ragazze.. ma va beh dicevamo... ah si, oggi sul treno riflettevo e tra il vagare del mio pensiero, molto errante non vi annoierò con tutti i passaggi, sono giunto ad una conclusione, forse un pò scontata ma mi son reso conto incredibilmente.. Vera.

Nel mondo mancano gli Eroi, il Mondo Vuole gli Eroi, buoni e cattivi.

Analizziamo:

I Grandi Eroi ci sono stati fino alla seconda guerra mondiale, c'erano loro e c'era qualcosa per cui lottare e a cui credere, sia nel bene che nel male. Poi dopo ?

Routin, Noia, nessuna Grande figura degna di risvegliare l'animo della gente, nessun Eroe vero, ne buono ne cattivo.

Conclusione ?

Nessuna, non c'è conclusione solo attesa, prima o poi qualcuno arriverà per ora.. Nulla.

mercoledì 21 gennaio 2009

giovedì 15 gennaio 2009

Semo propio Italiani





Bellissime le novita degli ultimi giorni, dopo il Premier Italiano che fà "Bubu settete" al Premier tedesco ecco la nuova ed esilarante avventura Italiana: "Fuga dal Carcere. Un ceco nelle fogne"


Ora immaginatevi la scena, siamo in una centrale di polizia ed ecco che le porte del commissariato si aprono, escono due poliziotti e un ceco, i poliziotti sono ai lati del ceco ad un certo punto mentre camminano il ceco sparisce, i due si guardano intorno poi si guardano fra loro ed infine guardano in basso.


Un Tombino...


"Fuga dal carcere.Un Ceco nelle fogne"


prossimamente a casa vostra e nelle migliori librerie!!!

venerdì 9 gennaio 2009

Le lezioni di vita sono importanti, le lezioni che ci dà la vita forse ancora di più ma nulla toglie che della vita non ce ne freghi un c....




Stò leggendo il Pensiero di Tiziano e devo dire che è un'argomento che mi interessa molto, avevo da tempo fatto alcune riflessioni in tal proposito e mi fà piacere riscontrarle anche nel pensiero di qualcuno che ne sa più di me, in particolare finora l'espressione che più mi è piaciuta è questa:


-[...]Esistono altri mondi oltre quelo animale, minerale e vegetale: mondi dello spirito e della fantasia, mondi del possibile e dell'impossibile, mondi del "se", della memoria e del pensiero, del sogno e del futuro.

Mondi che si attraversano e ci attraversano, che costituiscono gli elementi dell'atmosfera che ci dà vita. Apparteniamo ad ognuno di essi e attraverso essi possiamo passare, incontrarci, perderci per sempre.[...]-


Di Giorgio Antonucci, Firenze 17 agosto 1990, presentazione a Giuseppe Bucalo "Dietro ogni scemo c'è un villaggio, Itinerari per fare a meno della Psichiatria", Edizioni "Sicilia Punto L"

mercoledì 7 gennaio 2009

Popol Vuh




-La luce scende sulla schiena del serpente, si lascia alle spalle quanto è stato fatto, ormai nell'ombra, e accendendo le sue fauci ci indica cosa faremo. Sarà così fino alla fine del tempo, che è la fine della luce.-


Autore sconosciuto.

domenica 4 gennaio 2009

4 Gennaio




Anno:1968 Ora: Intorno alle 16


Luogo: Villa Bassi de Celorio, Acapulco (Messico)


Vittima: Conte Cesare d'Acquarone, di anni 42, industriale


Causa del decesso: Cinque colpi di arma da fuoco


Arma: Pistola Walther calibro 32


Testimoni oculari: Juan Franco Jr. Bassi, di anni 13, fratellastro della vittima


Sospetti: Sofia Bassi de Celorio, di anni 58, suocera della vittima. Rea confessa. Si sospetta però che la sua autoaccusa serva a scagionare la figli Claire, moglie della vittima, secondo molti la vera responsabile del delitto


Movente: sconosciuto


Colpevole: Sofia Bassi de Celorio. Viene condannata ad 11 anni di reclusione. Torna in libertà nel 1972


Caso: Chiuso


Il pomeriggio è casldo e silenzioso, ad Acapulco, con le ore che scorrono pigramente. Juan Jr., figlio dell'industriale Gianfranco Bassi e di Sofia de Celorio, sta leggendo un libro quando, con la coda dell'occhio, vede sua madre che con la pistola in mano si avvicina al conte Cesare d'Acquarone, marito della bellissima Claire Diericx, la figlia di primo letto della nobildonna.

-Un attimo dopo-, racconterà alla polizia il giovane tredicenne, -alcune detonazioni mi hanno fatto sobbalzare. Mio cognato è caduto nella piscina, mentre mia madre urlava in modo tale che non si riusciva a capire cosa dicesse.- Nell'acqua insanguinata, mezzo sommerso, galleggiava il corpo senza vita del conte. Cinque colpi l'avevano attraversato da parte a parte, scaraventandolo in piscina. Uno l'aveva raggiunto alla gola, tre al petto e un'altro ancora l'aveva colpito alla gamba.

-Lo giuro sulla testa dei miei figli, è stat una disgrazia-, disse Sofia Bassi de Celorio singhiozzando davanti al viceprocuratore distrettuale. -Mi sono seduta sulle sue ginocchia e mi sono chinata per porgergli la pistola tenendo un dito sulla sicura, e a questo punto è partito il primo colpo.- Poi, a ripetizione, erano seguiti gli altri quattro.

Mel

Vita Eterna

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