mercoledì 25 novembre 2009

Brutalismo (è un nome interessante cosi mi sono documentato), connessione Wi fitt





Dalla fine degli anni venti e nei primi anni trenta l’architetto svizzero Charles Edouard Jennaret, noto come Le Corbusier, sotto l'influenza del pittore francese Fernand Léger, darà corso a una graduale rottura nei confronti di alcune precedenti teorizzazioni, in particolare di quelle espresse durante il purismo secondo i cui principî l'edificio è una macchina per abitare, un prototipo indifferente al contesto nel quale viene inserito.
Nella case Errazuris in Cile (1930), nella casa per week-end nei dintorni di Parigi (1935) e nella casa a Les Mathes (1935), si avverte l’uso di un linguaggio che rivaluta i problemi dei rapporti tra architettura e ambiente, teso all'impiegare di materiali naturali ed etimi architettonici propri di un vocabolario aperto al linguaggio del luogo.
Il termine brutalismo si riferisce direttamente al beton brut ma, per estensione, a tutte le materie grezze che si esibiscono schiettamente dichiarando il significato dell'edificio senza diaframmi formali, anzi con sanguigna rudezza e polemica astinenza da ogni finitura grade­vole.[1]




Le opere lecorbusieriane di questo periodo, che sarà anche il più duraturo avendo di fatto avuto inizio sin dal 1929-30 con la realizzazione dei progetti del Padiglione Svizzero e della Cité de Refuge a Parigi, ve­dono il progressivo abbandono del tema delle case unifamiliari a favore di si­stemi architettonici più complessi. Nei progetti per le maison Jaoul, per i sei prototipi di Unità di abitazione[2], per la Tourette, per la cappella di Ronchamp, per la nuova città di Chandigarh, è riscontrabile una ancor più duratura e marcata continuità di sperimentazione architettonica di quella presente nel periodo purista, di cui le prime tracce sono già avvertibili, a livello di impianto architettonico a scala urbana, nei progetti per il concorso del Palazzo della Società delle Nazioni a Ginevra del 1927-28, del Centrosoyus a Mosca del 1929-30 e del palazzo dei So­viet a Mosca del 1931. In essi esiste la trasposizione architettonica di un codice figurativo che appartiene sia alla pittura brutalista di Léger che a quella cubista di Picasso che, inoltre, a quella metafisica di De Chirico. Queste realizzazioni possono essere considerate paradigmatiche del codice brutalista ed è necessario comprenderne i motivi guida.
Nelle case Jaoul a Neuilly-sur-Seine Le Corbusier fa uso di materiali da cantiere: mattonelle in cotto, laterizi, nonché le cosiddette voltine catalane impostate su due campate delle di­mensioni di ml. 3,66 e 2,66 le quali determinano l'ossatura del progetto. La semplicità dell'impianto architettonico e quella dei materiali usati vengono amplificate da un’articolazione spaziale ritmica e schietta, che espone fieramente all’esterno la sezione del pro­prio spazio interno.
Dopo la seconda guerra mondiale il brutalismo di Le Corbusier assume toni ancora più carichi di immediatezza e, per un certo senso, di tragicità. In un mondo ormai dissolto nelle macerie, che senso hanno concetti come la macchina per abitare, le superfici bianche prive di imperfezioni delle facciate libere della villa Savoye, i pilotis e la finestra a nastro?
Con le Unité d’Habitation si realizzano le composizioni architettonicamente più classiche del brutalismo lecorbusieriano in quanto in questi organismi edilizi viene operata la scomposizione degli elementi del progetto in classi: il volume dell'edificio, la gabbia strutturale, il volume del megaron costituito dalla cellula abitativa a doppia altezza, il balcone, il brise-soleil. Questo approccio scompositivo del progetto in parti che vanno a costituire un sistema di elementi multiscalari, se da un lato mette a registro le ricerche in corso sul tema dei numeri infinitesimali e della geometria dei frattali[3], dall’altro contribuirà a dare la stura a quelle idee architettoniche e urbane basate su supporti fissi e parti mobili dei metabolisti che propongono la capsule architecture e degli utopisti che si spingono oltre fino a prefigurare la plug in city, nonché alle effettive realizzazioni sperimentali olandesi effettuate dal gruppo SAR.
La ricerca urbanistica operata nelle unità di abitazione si occupa di determinare la dimensione ottimale da assegnare a un edificio residenziale nel quale possano essere condensate alcune attività commerciali e servizi di prima necessità. Lunga 137 metri, alta 50 e profonda 24, l’Unità di Abitazione di Marsiglia si sviluppa in altezza su 18 piani nei quali sono distribuite 320 cellule abitative e 1.700 abitanti, dando luogo a un organismo edilizio sollevato dal suolo e sorretto da possenti colonne che lasciano libera l'area sottostante per le attività pubbliche di transito e di svago. L'edificio risarcisce la ferita inferta alla porzione di suolo che da esso è stato occupato, attraverso la collocazione in copertura di un tetto-giardino, di uno spazio aperto destinato al pubblico, ai bambini, a chi ama correre lungo l’anello perimetrale o a chi vi sale per ammirare il panorama. Se a Marsiglia invece di realizzare un unico edificio si fosse optato per la realizzazione di uno sviluppo residenziale sul modello della città giardino di Ebenezer Howard, lo stesso numero di abitanti avrebbe occupato una superficie di circa trenta ettari, oltre alle strade, ai marciapiedi e alla rete degli impianti.
Sia l'uso del be­ton-brut che non nasconde le imperfezioni del manufatto, sia la semantica compositiva di un sistema abitativo che accorcia le distanze tra la sostanza e la forma del contenuto con il rifiuto di un abbellimento fine a sé stesso, che la libertà formale di quegli elementi, strutturali e non, accentuati qualificativamente con modellazioni plastiche ai piedi dell’edificio e in copertura, costituiscono altrettante acquisizioni linguistiche delle esperienze progettuali dell’Unité.
Nella cappella di Ronchamp vi è un fatto nuovo: il totale abbandono del sistema cartesiano razionalista quale ceppo schematico di riferimento del progetto. Gli elementi linguistici, tra brutalismo ed espressionismo, sono costituiti dalla copertura per mezzo della quale vengono esaltati i criteri di peso e di massa che garantiscono al luogo di culto solidità e resistenza nel tempo, e dalla muratura esterna a forte spessore che delimita e, al tempo stesso, pro­tegge una porzione di territorio sacro. A Ronchamp il principio compositivo che opera attraverso modalità intercodice fa trasparire la volontà di Le Corbusier di contraddire tutti e cinque i punti da lui enucleati nel periodo purista: mancano i pilotis; la facciata e la pianta non sono libere dalla struttura; le finestre non sono a nastro; il tetto non è a giardino. La chiesa così diventa una roccaforte del mondo spirituale, un luogo che non necessita primariamente di parametri efficientistici per il suo affermarsi, un’architettura nella quale avviene da parte del progettista il pieno superamento dalle idee maturate nei periodi precedenti, edificata nella propria terra di nascita su una collina vicino Basilea.
Il brutalismo della Tourette si respira, oltre che nel cemento armato lasciato in vista, nel rapporto instaurato tra il volume dell'edificio e il piano inclinato della campagna che gli scivola sotto. Si tratta di un'erosione che mette a nudo le radici del complesso, pensato come oggetto drammatico di una moderna monumentalità. Il difficile tema del progettare un organismo edilizio nel quale sia possibile perpetuare il rito domenicano risalente al XIII secolo fornendo una risposta moderna alle esigenze di un monastero, rappresenta il grande merito di questa sfida architettonica, testimoniata dalla schietta interpretazione data al luogo di meditazione e preghiera.
A Chandigarh le intenzioni progettuali di ritrovare per il popolo indiano un’iden­tità perduta che rappresenti la libertà da ogni rapporto con una drammatica coloniz­zazione, azzerano ogni tentativo compositivo classicheggiante, come ad esempio quello compiuto da Sir Edwin Lutyens a Nuova Delhi, facendo invece riferimento a indagini formali e concettuali basate su radici autoctone. L'architettura Moghul ne è la matrice compositiva primaria, cosicché l'articolata smaterializza­zione delle superfici degli edifici governativi deriva da un'interpretazione brutali­sta del tradizionale brise-soleil tipico di città che vivono di quella tradizione, come Fatehpur Sikri. Altro elemento brutalista e al tempo stesso metafisico è la dimensione dello spazio della Piazza dei Tre Poteri che costringe negli spostamenti a tempi di riflessione lunghi, ovvero introduce in architettura il senso fisico dell’idea di una distanza critica. In tali spazi la presenza dell'uomo assume toni più metafisici che reali.
Ma il brutalismo non si esaurisce con Le Corbusier, anticipando e continuando la sua azione nel neo-brutalismo. La seconda generazione di ar­chitetti moderni appartenente a questo movimento è quella che sancisce la fine dei CIAM, segnatamente i membri del Team X a cui appartengono Kenzo Tange e Giancarlo De Carlo, i quali esploreranno nei diversi continenti e con modalità linguistiche da neo-avanguardia i nuovi territori dell'architettura:

"(...) la corrente brutalista non raggiunge mai piena autonomia, è sempre tributaria dei maestri contro cui si ribella, e di tale ambiguità si avvale per un'operazione manieristica straordinariamente feconda. Ne vanno sottolineati i meriti: ha evitato che la crisi del razionalismo scivolasse nei vernacoli, nel pittoresco, nello stile del cottage, nel neoliberty e nel decorativismo, in voghe anti-tecnologiche o neostoricistiche alla Louis Kahn; e persino in un manierismo intellettualizzato e sterile, interessato solo al "discorso sul discorso" dell'avanguardia. Ha implicato un'etica per coloro che volevano restaurare l'integrità originaria, aggressiva del movimento moderno; e un'estetica per quanti ambivano ad un mero arricchimento di superfici e volumi. Forgiando una "moda", ha rinvigorito il linguaggio nella sostanza semantica o anche soltanto nell'aggettivazione, irremovibile tuttavia nel rifiuto di cosmesi epidermiche e nel gusto di materiali spogli. Ad ogni livello, infine, ha combattuto l'evasione estetizzante."
[4]




Mario Fiorentino con il Corviale a Roma, Carlo Celli con il Rozzol Melara a Trieste e Carlo Daneri con il Forte Quezzi a Genova realizzano interventi che appartengono al brutalismo quale utopia urbana del macrosegno come surrogato di città.

Ma er meglio è sempre l'Art Nouveau !!!!!!!!





[1] - B. Zevi, Storia dell'architettura moderna, Einaudi, Torino, (pag. 407)
[2] - Marsiglia (1947/51), Nantes-Rezé (1952/53), Berlino (1956/58), Briey-en-Foret (1957), Meaux (1960), Firminy (1968).
[3] - Teoria matematica formulata all'inizio del secolo da Hausdorff e Besicovitch. Un frattale è un insieme nel quale la dimensione di Hausdorff/Besicovitch è superiore o uguale a quella topologica. Essa ripropone la stessa forma a differenti scale di progetto.
[4] - B. Zevi, Storia dell'architettura moderna, Einaudi, Torino, (pag. 407)

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Mel

Vita Eterna

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